Avendo conosciuto e poi sposato una francese, ho avuto l’opportunità di introdurmi in un mondo – quello culinario francese – che noi italiani crediamo di conoscere, ma del quale in realtà abbiamo solo una vaga idea.
Le mie “insaziabili” passioni  mi hanno così spinto ad approfondire una cultura enogastronomica differente dalla nostra, ma con molte affinità.
Devo dire che la fortuna è stata dalla mia parte, dato che una  costola della “mia” nuova famiglia francese è originaria e tutt’ora risiede a Roanne, una cittadina al confine con la Borgogna a un’oretta da Lione. Per questo motivo sono “costretto” a recarmici alcune volte l’anno.
Bene, uno dei più rinomati – e ovviamente buoni – ristoranti di Francia, La maison Troisgros, tre stelle Michelin, si trova proprio a Roanne e (un po’ di culo non guasta) mio zio Manuel è un caro amico del proprietario. Le raccomandazioni funzionano anche laggiù, e così mi sono trovato in pellegrinaggio nelle cantine del ristorante con il capo somelier, una persona estremamente competente (come ovvio) e molto gentile.

Dalla sala d’ingresso del ristorante si scendono le scale e si arriva davanti ad una grande vetrata, si intravede nella penombra quello che sembra un giardino ben curato, con la ghiaia chiara come fondo; attraversando questa vetrata chiusa a tripla mandata si entra dunque del paradiso: temperatura ed umidità controllate ed ambiente come da manuale.
Centinaia. Centinaia di casse di legno impilate con stampigliato sopra il nome della maison e del vino che racchiudono gelosamente. Trattengo il fiato, la mia espressione deve assomigliare a quella di un bambino goloso in una fabbrica di caramelle e cammino piano piano facendo molta attenzione, come se la mia presenza potesse disturbare o rovinare questo ambiente magnifico e magico, misuro ogni mio passo sulla ghiaia come se stessi camminando in un delicatissimo luogo mai conosciuto prima da anima viva.

La cantina è piuttosto grande, e  sicuramente più grande di quelle che sono abituato a frequentare.
Ci aggiriamo grazie alla saggia guida del Sommelier attraverso corridoi formati da enormi scaffali contenenti vini bianchi e rossi, delle varie regioni della Francia, divisi per differenti annate.
Il nostro Virgilio sembra conoscere perfettamente una ad una le bottiglie, la loro posizione e la loro storia, e pazientemente risponde alla mie mille domande prendendomi per mano accompagnandomi in un viaggio di estasi ultraterrena.

Ad un certo punto mi ritrovo davanti ad un muro di casse di Petrus, Cheval Blanc e vini bordolesi da mille ed una notte ed il mio “vate” mi racconta che effettivamente sono vini incredibili, ma che loro vendono praticamente solo ai loro clienti americani, russi e giapponesi, che oltre ad essere gli unici a potersi permettere di sborsare anche 10mila euro (sì, proprio diecimila!) per una bottiglia, vogliono comprare e vivere l’immagine della Francia come l’hanno sempre sognata: cioè un eccellente bordeaux.

Poi però mi porta nella parte della “cave” dedicata alla Borgogna, il Pinot Nero! (un minuto di silenzio svp).
Secondo lui insuperabile e vero re dei vini, costruito con amore, e pazienza da secoli di sapiente esperienza e tutt’ora in mano, a famiglie, viticoltori ed enologi locali.
In effetti, mi spiega, che tutti o quasi i bordeaux sono in mano a multinazionali, o a grandi compagnie che fanno e utilizzano il vino solo come business, in Borgogna invece la passione è molta, moltissima, ed i vini oltre che essere eccezionali hanno prezzi quasi sempre abbordabili. Insomma, mi dice, se dovesse consigliare una bottiglia, preferirebbe decisamente un Borgogna, che regala emozioni grandiose per palati fini.

Mi aggiro da solo tra bottiglie appena coricate ed altre con il sottile strato di polvere dolcemente posata sul lato superiore che denota anni di permanenza e dunque di invecchiamento.
Dopo oltre un’ora di girovagare in questo angolo di paradiso torno coi piedi per terra è ora di andare, torno sui miei passi e varco uscendo le porte del paradiso. Mi ritrovo ai piedi delle scale, ma il mio spirito ed il mio umore sono alle stelle: adesso si passa all’aperitivo nel bar del ristorante!

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Matteo Lunardi
Ferocissimo difensore della più intollerante aderenza alla tradizione ligure, per sua sfortuna da piccino è caduto in un pentolone di Kebab ed è cresciuto con questo bipolarismo alimentare

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