Ad oggi conosco mia moglie da quattordici anni e siamo sposati da undici. In questo lasso di tempo ho avuto il grande onore di partecipare a sette matrimoni in terra polacca, di cui uno da vero protagonista in ovvia qualità di sposo. Posso, a fronte di tale ampio curriculum, presentarmi a tutti voi come un vero e certificato esperto di questo particolare rito di condivisione dell’amore di coppia con la propria comunità. 

Essenzialmente è composto a sua volta da una lunga serie di regole non scritte per un corretto approccio ai festeggiamenti senza per questo finire a testa in giù in un fosso irto di rovi perché il tuo corpo e la tua mente non hanno retto lo scontro con la wòdka (storia vera: è successo al mio testimone di nozze la sera prima della cerimonia e in tutte le fotografie aveva il naso rigato dalle cicatrici!)

Ebbene, un esperto che si rispetti deve per forza aver avuto a che fare con l’esperienza più estrema dell’argomento sul quale vuole dissertare in modo da testimoniare agli altri tutte le sfumature che esistono sotto l’eccesso: io l’ho fatto e sono qui, vivo, per raccontarvi cosa significa partecipare a un Vero Matrimonio Polacco. 

Mia moglie è originaria di Podròzna, un minuscolo paese del vojvodato della Wielkopolska, posto a un centinaio di chilometri a nord ovest rispetto a Poznan, sulla strada per Szczecin e quindi nella più vasta e rasa campagna polacca che gli stereotipi possano fornire all’immaginazione. Un luogo meraviglioso per chi ha la fortuna di esplorarlo. In questi territori, ovviamente, le tradizioni sono importanti e molto rispettate. Il Matrimonio del quale sono stato uno fra i due protagonisti assoluti si è svolto quindi come da storico canovaccio, cercando di non perdere neppure un passo di quel lungo cammino che da queste parti porta al compimento della coppia: uscirne senza segni vistosi e dolorosi non è stato per nulla facile.

Innanzitutto è necessario sapere che i festeggiamenti nelle zone rurali durano la bellezza di tre giorni: si parte il venerdì pomeriggio e si finisce la domenica notte, quasi senza soluzione di continuità a parte le brevi pause per dormire e per fare i cambi d’abito. Nel bel mezzo di questa maratona, con una crudeltà senza pari, si incontra l’obbligo della funzione religiosa, posta quindi con sadismo e malizia nel primo pomeriggio del sabato.

La famiglia di mia moglie possiede un’azienda agricola molto grande ai margini del paese ed è conosciuta e amata da tutti i concittadini. È nella nostra aia, quindi, che tutto ebbe inizio con la celebrazione del Polter, una sorta di antipasto dei festeggiamenti veri e propri durante il quale la sposa, da usanza antica, annuncia a tutti i suoi vicini il fatto di essere sul punto di maritarsi.

Ora, Podròzna è un villaggio proprio piccolino ma che comunque conta qualche centinaio di anime distribuite fra il centro del paese e le campagne circostanti: tutte sono automaticamente invitate al Polter. Si è già detto della popolarità che il ramo polacco della mia famiglia in questa particolare porzione di società. Per questi motivi, nel corso della serata, oltre i due terzi della popolazione attiva del circondario si presentò al nostro ricevimento. Il problema, a questo punto, è insito nella gabbia delle tradizioni: sul viale d’ingresso viene posta una grossa roccia sulla quale gli ospiti rompono al loro arrivo un oggetto di vetro, di cristallo o di porcellana. Compiuto questo gesto apotropaico, si abbracciano i futuri sposi e si brinda con loro. A wòdka, certamente.

Non sono mai stato un eccellente matematico ma se si moltiplica la pur minima quantità di alcool che versavo nel kieliszek (bicchierino adatto al momento) per le duecento persone che mi hanno abbracciato, capite bene che arrivare al litro di distillato di segale entro la mezzanotte è stato fin troppo facile. La festa aveva avuto inizio intorno alle sedici ed ebbe il suo naturale spegnimento per abbandono dei partecipanti intorno alle tre del mattino. Io persi il contatto con la realtà molto tempo prima della fine e in questa sede vi risparmio le scene splatter che seguirono durante la notte per via dell’abuso di alcool, le quali mi tormentarono fino alle prime luci dell’alba, sebbene curato amorevolmente da quella Santa Donna di mia moglie, apparentemente e incredibilmente sobria.

Sul Polter non ho particolari consigli: è un tornado di amore, cibo e wòdka al quale non ci si può sottrarre più di tanto se si è lo sposo o la sposa. Lasciatevi portare dalla marea e cercate di limitare i danni. Se invece siete dei semplici invitati, farete tesoro dei consigli che seguiranno a breve. Il Polter, comunque, è una bestia divertente che non lascia scampo alcuno.

La sveglia l’indomani mi raggiunse come un ladro nella notte, arrampicandosi con stile lungo i sogni tormentati dalla sbornia. Aprii gli occhi nella mia camera degli ospiti, il volto come un Picasso del periodo cubista. Dovetti vestire il tight da solo, sentendomi alla stregua di un cavaliere medioevale che indossa la più pesante delle armature: le occhiaie facevano contatto con le ginocchia e non avevo neppure un muscolo che non mi dolesse. Giù di sotto, fuori dalla porta, ci stava aspettando la carrozza trainata da due cavalli bianchi con la quale iniziammo il percorso verso la chiesa e lungo la strada fummo fermati da piccoli gruppi di abitanti della zona con corde tese da un lato all’altro della strada: ai bambini cioccolata, agli adulti piccole bottiglie di wòdka. In questo tragitto molto poetico e pittoresco, il mio colorito facciale ondeggiava pericolosamente fra il verde palude e il giallo mais, con drammatici peggioramenti fino al grigio cadetto ad ogni oscillazione troppo veemente del mezzo di locomozione. Ciononostante la forza infusa dal momento solenne riuscì a farmi arrivare in condizioni quasi umane all’altare, dove tutto filò fortunatamente liscio (a eccezione del simpatico siparietto con l’officiante, quando prese la mano nella quale custodivo il foglietto con l’esatta pronuncia della mia promessa in polacco e, dopo averla stretta in quella di mia moglie, la cinse con la stola portandomi a improvvisare le battute nell’ostica lingua della Szymborska con risultati non del tutto esilaranti).

Dopo la funzione eravamo attesi al varco dalla festa principale, quella organizzata presso la famosa discoteca della zona, Pokusa: questo è il frangente per il quale potrò essere veramente utile al fine di salvare la vostra pellaccia semmai avrete la fortuna di ritrovarvi in una simile situazione.

Un Matrimonio Polacco giunto al suo zenith è composto essenzialmente da tre situazioni chiave: il cibo, i balli e i giochi. Ognuna di queste fasi è scandita da una serie apparentemente infinita di brindisi, spesso a tradimento, i quali possono essere chiamati da qualsiasi ospite in qualsiasi momento. L’orizzonte della sopravvivenza a tutto ciò appartiene anch’esso al magico splendore del numero tre, quello relativo alle regole che vi svelo qui di seguito.

La prima legge aurea è: mangiate quando gli altri mangiano. I cibi che vi vengono serviti fanno parte di un secolare rito per il quale ciò che ingurgitate è specificatamente pensato per aiutare il vostro organismo a sopportare le pantagrueliche dosi di alcool che inevitabilmente andrete a bere.

La seconda legge aurea è: ballate quando gli altri ballano e giocate quando gli altri giocano. Fare attività fisica intensa e priva di freni aiuterà il vostro organismo ansimante a ottimizzare i tempi di recupero fra un na zdrowie e l’altro e quindi mantenere il più a lungo possibile una dignità che sia almeno di facciata.

La terza, ultima e fondamentale, legge aurea è: saltate tutti i brindisi che non sono nelle vostre corde. Se non avete sangue polacco nelle vene, fidatevi: potrete tranquillamente essere i migliori bevitori del vostro quartiere, quelli a cui gli amici danno una pacca sulle spalle quando assaporate il quinto whisky di fila. Ecco, se la pensate così sappiate che non avrete scampo poiché il miglior alcolista italiano è un bambino al confronto con un semi professionista battente bandiera polacca. Se salterete qualche wòdka nessuno vi bollerà d’infamia, è una cosa che tutti capiranno e verrete lasciati in pace sino al giro successivo. Non fate gli eroi, quindi, altrimenti l’ultima cosa che ricorderete di quella magnifica giornata saranno i lampeggianti blu dell’ambulanza che vi è venuta a ritirare.

Esiste, a pensarci bene, un’estensione ulteriore a queste leggi che va specificata anche se in realtà è più un consiglio: se bevete wòdka, bevete solo quella. Gireranno sui tavoli birra e vino e, molto probabilmente, ci sarà in qualche angolo del party anche una postazione cocktail per ordinare più o meno tutto lo scibile Iba. Potrebbe velocizzare la vostra dipartita verso la toilette o il letto la scelta di mischiare il cardine alcolico della serata con altre bevande più o meno gradate, con zuccheri raffinati o, mostruosità, con il prodotto della fermentazione dell’uva. Questa è più che altro una regola di vita, da applicare nel quotidiano: non scordatevela proprio quando sarete chiamati alla prova più difficile per il vostro fegato!

La festa del sabato dura anch’essa fino alle tre, quattro del mattino e si esaurisce quando la stragrande maggioranza degli invitati ha alzato bandiera bianca. L’indomani, verso le undici A.M., si riprende come se nulla fosse accaduto: si mangia ciò che è rimasto dalla giornata precedente, si brinda, si balla e si gioca fino più o meno alle 23. Valgono a maggior ragione tutte le leggi che abbiamo ben imparato in questo breve trattato survivalista.

Alla fine di questo tour de force, i conti parlano chiaro: su duecentoventi bottiglie da litro di wòdka da me acquistate (più una trentina abbondante portate dai parenti “per sicurezza”), ne ho riportate a casa due casse, dodici pezzi. Più di duecentotrenta bottiglie di Soplica (questa la marca) per un totale di 180 invitati, compresi vecchi e bambini. Senza contare l’armadio di bottigliette da venti centilitri, intese quasi come ulteriori bomboniere, consegnate a tutti gli ospiti per essere poi consumate a casa in ricordo dell’epica festa.
Che risultato straordinario!

Come potete immaginare, il vanto di uscire in piedi dai Matrimoni Polacchi è il frutto di anni e anni di applicazione che mi portano oggi a poter entrare e quindi uscire da queste incredibili feste con una classe che dieci anni fa riponevo sistematicamente nel cassetto più nascosto della mia coscienza. Reputo però di meritare anche una bella maglietta celebrativa con su scritto “Sopravvissuto a un Matrimonio Polacco”: ora che ho scritto questa testimonianza credo sia giunto il momento di andarmela a stampare.

Na Zdrowie!

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Pierpaolo Cozzolino
Oste dell'est e agitatore delle notti genovesi. Incidentalmente deejay e padre. Onnisciente di vodka, con segrete grandi passioni per il cinema e meno segrete per il calcio che non c'è più - e pure per quello che c'è ancora

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