Fave. Salame. Sardo fresco. Lo svelo, subito, in apertura di post. Fave, salame, sardo fresco, lo ripeto, come una litania, un rosario gastronomico, una formula alchemica. Non serve poi molto per far felice un uomo. Felice almeno il tempo di un pranzo. Dico pranzo, perchè fave, salame, sardo fresco, sono cibi da consumare quando c’è il sole, non di notte. Cibi che amano la luce, la primavera, possibilmente l’aria aperta. Per far felice un uomo, vivaddio, bastano fave, salame, sardo fresco. Una bottiglia di vino, nulla di ricercato, solo una bottiglia che ad ogni bicchiere sgolato richieda altro bicchiere versato. E poi la compagnia di un amico, perchè fave, salame, sardo fresco, oltre il giorno, pretendono anche la potenza di una condivisione. Le fave prese dall’orto, appena colte, piccole, tenere. Il salame di Sant’Olcese, con la sua inconfondibile affumicatura, tagliato spesso, generoso. Il sardo fresco salato e saporito. Una tavola semplicemente imbandita: una tovaglia a quadretti, anzi no, un tavolo in legno grezzo libero di esprimersi nelle venature del legno. Un buon pane rustico nella sua carta marron. Un piatto fondo tondo, bianco, ampio. Le fave in un cestello. Il salame su un tagliere in legno d’ulivo. Il sardo su un piatto al centro della tavola. Il tempo dalla propria parte: nessun impegno all’orizzonte. Per il mio ultimo pasto prima del patibolo, non andrei al ristorante. Non al Noma, e nemmeno in trattoria. Fave, salame, sardo fresco. Fave, salame, sardo fresco. Fave, salame, sardo fresco. Non serve poi molto per far felice un uomo.