Dire qualcosa di sensato sulla Cina. Non sono in grado. Non so manco da dove iniziare. In quindici giorni vissuti da turista l’unica cosa che mi sento di fare è provare a mettere in riga alcune impressioni.
Perché la Cina? Per vedere l’effetto che fa. Pareva una buona ragione per un viaggio. Poche le aspettative, a parte vedere come se la passano nel paese comunista più sfrenatamente capitalista del momento. Ci ho capito il minimo indispensabile, ma mentre io la mia compagna giravamo con gli occhi spalancati e la bocca aperta – “ma quanti sono?”, “oh, guarda là” “miiii, ma quanti sono sti palazzoni?” – sapevo che almeno una cosa dovevo portarla a casa: “fotografiamo i piatti eh, che poi ci faccio un post”.
So che è un pensiero superficiale, ma la prima cosa che colpisce di più quando arrivi in Cina è la dimensione. “Tutto è più grande in America”, mi dicevano quando ero bambino. In America non ci sono ancora stato, ma qui lo è per certo. Un Leviatano enorme in tutti suoi aspetti che si muove veloce e non si ferma mai. La sensazione di essere in un enorme formicaio (Shanghai e Pechino, le due tappe principali del nostro viaggio, sono la prima e la terza città del mondo per popolazione).

La prima cosa che abbiamo dovuto fare è imparare a ordinare. Pare facile. Nella nostra testa sono stati scolpiti nei neuroni termini come Antipasto, Primo, Secondo, Dolce, Caffè, Ammazzacaffè. Che non corrispondono necessariamente al modo di mangiare di altri paesi. Ci abbiam messo una settimana a capirlo.
Nei locali dove si presume che entrino persone straniere la lista è una sorta di album fotografico con didascalie in inglese.

Abbacinati dal photo book culinario: “Prendo què, què e… spetta, dove l’avevo visto? A pagina 60? Ah ecco, anche què!” Tutto a gesti ovviamente. Ignoriamo la sguardo tra lo stupito e il perplesso della cameriera che, di routine, chiede “rais?”. Riso? “E che non lo prendiamo il riso? Sì sì certo”.
In generale passi più tempo a leggere che ad aspettare il piatto una volta scelto, il che fa presupporre che la maggior parte delle pietanze sia già pronta. Non è un giudizio, è proprio così. Poi arriva tutto insieme e viene messo in mezzo al tavolo, in condivisione. Bello. Peccato che abbiamo ordinato talmente tante cose che quasi non ci vediamo. “Ehi ci sei? Oh, non credevo che la foto con la montagna di ravioli al vapore fosse così sincera…”

In generale, non abbiamo trovato pietanze molto diverse da quello che ci aspettavamo, tranne questa che, per la cronaca, non ho ordinato. Arriva per tutti un momento in cui bisogna fare un passo indietro.

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La prima sera a Shanghai mi sono tolto il dente: ho mangiato la zuppa di squalo. Non che ne sentissi l’esigenza, ma una volta aperto il monumentale menù non ho resistito. Secondo me non era la famigerata zuppa di pinne di pescecane, continuamente denunciata per lo sterminio di squali a cui verrebbero tagliate solo le pinne, per poi ributtarli in mare. Un brodo di consistenza gelatinosa, verdure e pezzi di pesce che si confondono con i funghi. Nella splendida foto qui sotto (un giorno comprerò un telefono che non ha una webcam degli anni Novanta al posto della fotocamera) la testimonianza che smentisce una mia teoria: la zuppa non tradisce mai. Per stavolta se ne poteva fare a meno, ma è l’eccezione che conferma la regola, come racconterò prossimamente, insieme ad alcune usanze che ci hanno impressionato, allo street food, all’amore sfrenato di questo popolo per aglio  e alle strategie per sopravvivere nelle città cinesi.

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Anche se non sembra, questo disco volante di gelatina aveva la dimensioni di una pizza. Non so come fanno a dire che è afrodisiaca, quando l’ho finita l’unica cosa a cui pensavo era un litro di digestivo. Mi sono dovuto accontentare del sake marsalato ordinato per sbaglio.

“Oh, guarda, pare che ci sia il vino, lo prendiamo?”

“Eddai proviamo”

Indico alla cameriera la bottiglia sul menù…sguardo interrogativo, scrive.

Dalla prima sera in poi a cena si è bevuto birra.