Scrivere di Vinitaly con la pretesa di essere originali ed interessanti è piuttosto difficile. Verona è, per quattro giorni, l’ombelico di un certo mondo. Ci trovi tutto, incroci tutti, sei nel tutto. Sceso dall’ottovolante, ne leggi di ogni: assaggi, analisi, critiche e lodi, e poi resoconti, suggerimenti, prospettive. La casella di posta elettronica sputa comunicati in serie del press office di Verona Fiere, mentre i social sono un vulcano di bicchieri roteati, facce stravolte e sorridenti, tracce digitali di incontri appena avvenuti. Dalle letture sparse, la conferma di molte impressioni registrate sul campo.

Le nuove date hanno setacciato parte di quel pubblico pischello poco professionale e assai assetato (piuttosto malvisto, e a ragione, ma che in fondo ci sta simpatico, perché siamo stati noi [alll’incirca], qualche anno fa); vivit (la sezione dedicata ai vini naturali) è stato un grande grande successo e l’anno prossimo meriterà uno spazio più adeguato; le connessioni internet e la telefonia in fiera sono state fallimentari, e questo non può più accadere; la logistica dei parcheggi, con l’idea malsana di far pagare solo all’uscita, è da rivedere. Usciti indenni dall’agone enoico apparecchiato ad ogni fiorir di primavera, cosa resta da fare? Forse ordinare qualche cartone dei vini che hanno scavato sul palato un solco più profondo, tra mille assaggi. Ecco quei vini che ci siamo appuntati nel nostro moleskine mentale (giriamo senza penna né fogli, senza arte né parte, noi…).

GLI ASSAGGI DI VINITALY (il noi che troverete non è plurale maiestatis ma frutto delle bevute con Giulio Nepi)
Partiamo dalla Val d’Aosta, dove Château Feuillet ci ha ammaliato con i suoi bianchi (i rossi non li abbiamo assaggiati, posticipati ad un secondo giro mai effettuato), soprattutto il moscato bianco, vinificato secco, frutto di uve coltivate a 800 metri d’altezza. Un vino che al naso esprime l’aromaticità del moscato, con note più officinali e meno fruttate, mentre in bocca è praticamente secco, abbastanza ampio, senza quel fastidioso finale amaricante che alcuni moscati secchi manifestano. Vino potente e di una grassezza generosa (fin troppo) è invece lo chardonnay, decisamente da accompagnare al cibo.
In Valtellina, e non è certo una novità, si fa amare il Sassella Rocce Rosse di Ar.pe.pe, vendemmia 2001: un vino assaggiato già in contesti più rilassati di una fiera. Un grandissimo nebbiolo del nord: naso elegante di prugna sotto spirito, una speziatura complessa (tabacco e spezie dolci) e un sapore austero, d’una eleganza infinita, con quei tannini che si distendono senza spilli e una freschezza grande anche dopo dieci anni.

In Piemonte ci ha sorpreso la freisa Vigna della Regina delle Cantine Balbiano. Un vino già assaggiato a giugno 2011 a Terroir Vino, ma che oggi, dopo 9 mesi di bottiglia, ha raggiunto un equilibrio decisamente interessante: naso asciutto di frutta matura, un sorso secco e teso, sapido, dove le peculiarità della freisa, senza tracimare, sono presenti in maniera elegante. In Veneto, ci siamo attardati a scoprire i vini del Consorzio per la tutela dei vini Doc Gambellara. Abbiamo assaggiato tutte le tipologie (Gambellara Doc, Recioto di Gambellara Docg, spumante e Gambellara Vin Santo), e varie cantine. Interessante il Gambellara Doc dell’az. agr. Vignato Virgilio, un bianco decisamente minerale, non esplosivo, che invoglia al secondo bicchiere. Grande bevuta con il Vin Santo di Gambellara dell’az. Agr. Sordato Lino, bicchiere da meditazione o pasticceria secca, dal profumo suadente di albicocche e noci e una bocca splendente dove risalta un residuo zuccherino equilibrato.

In Basilicata, belli gli assaggi degli Aglianico di Sara Carbone, di cui apprezziamo in maniera particolare il Terra dei Fuochi, che non fa legno: una scelta che lo spoglia di una certa armatura propria di tanti aglianico, a vantaggio di una frutta rossa piacevolissima e di un sorso più beverino e fresco. Più potenti, e da attendere, lo Stupor Mundi e il 400 Some (assaggiate le annate 2010 e 2009 2008 e 2009), dai tannini ancora pungenti: vini dalle spalle robuste, che nel tempo racconteranno la loro storia. Dopo due passi nella storia, con il Fiorduva di Marisa Cuomo (un vino che non ci stancheremmo di bere, di una mineralità prorompente), eccoci a Menfi, in Sicilia, nella cantina di Marilena Barbera. Ne citiamo un terzetto d’applausi: l’Albamarina, catarratto passito dal naso melodioso di albicocca secca, miele, fiori gialli e un sorso persistente ed equilibrato (il residuo zuccherino è bilanciato da un’ottima acidità); la “Bambina”, rosato da Nero d’Avola, dalla grande personalità e lo chardonnay  2010 “Piana del Pozzo” per il quale, nell’ultima annata, si sono abbandonati barrique e lieviti selezionati per acciaio e lieviti indigeni: scelta vincente.

UN PICCOLO BREAK: SPAZIO BIRRA
Già, non ci siamo fatti mancare manco la birra. È la Perle ai porci della Birra del Borgo, una Oyster Stout (durante la bollitura aggiungono ostriche fresche e telline, con tutto il guscio) piena, rotonda, persistente, con una nota minerale salmastra che chiude il sorso prolungandolo assai.

GLI ASSAGGI DI VIVIT
E poi c’è Vivit, fiera nella fiera. In Friuli, luminose impressioni da Marco Sara (nonostante sia stato uno degli ultimi assaggi del lunedì, a papille asfaltate). Il suo picolit è un concentrato di potenza, eleganza e complessità. In Sicilia invece, tre cantine: l’eccellente SP68 bianco di Arianna Occhipinti, da uve moscato e albarello,  espressivo ed elettrico come la giovane titolare di questa cantina del cuore (grande anche con il Frappato 2010 e il Siccagno nero d’Avola 2009). Poi la Malvasia delle Lipari passito di Paola Lantieri: una piccola cantina dell’Isola di Vulcano, che produce solo questo vino, e in quantità lillipuziane. Ma il risultato è portentoso: un profumo di noci e fichi secchi, spezzato dall’arancia candita e ancora note di miele, e un sorso dolce ma non adagiato che sa di mare e agrumi e vulcano. La Sicilia, insomma.

E ancora Porta del Vento, con una miniverticale di cataratto (2010 – 09 – 08 – 07) da applausi, conclusa con lo stroboscopico Saharay 2008, ancora cataratto, dal colore ramato, 30 giorni di fermentazione sulle bucce a tini aperti, senza solfiti aggiunti: grande al naso e in bocca, tannico e sincero. Vini spettacolari, come quelli della Tenuta Dettori, esaltati anche dalla feroce vena dialettica di Fabio D’Uffizi, che racconta la Sardegna con il Cannonau nelle vene e l’asfodelo nelle narici: vini potenti, così potenti che un assaggio in piedi nell’agone di Vinitaly è fargli torto.

Arrivederci al 2013, 7-10 aprile.

P.S: I Papilli commossi si spellano le mani in un vigoroso e prolungato applauso per la sopressa assaggiata da Bele Casel: uno dei migliori salumi d’Italia in una versione contadina da urlo. Assaggiarla con un bicchiere di Còlfondo Colfòndo, in compagnia di Luca Ferraro, è piacere d’intensità rara.

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

4 Commenti

  1. Grazie della visita ragazzi!
    Ci si vede a Zena, ammesso che Giulio si spinga ADDIRITTURA fino ai magazzini del cotone 😀

    A presto!!

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