Domenica e lunedì scorso è stata la due giorni del voto referendario e di Terroir Vino. Certo non esiste un rapporto diretto tra i due eventi, ma in fondo qualcosa li lega. Il referendum è stata la vittoria di un altro modo di comunicare, legato sempre meno ai media tradizionali (per buona parte comunicatori passivi e ignari fino a pochi giorni dal voto) e sempre più alla partecipazione diretta delle persone, coinvolte nella promozione e informazione dei quesiti referendari, una informazione dal basso trasmessa da milioni di singoli individui in connessione tra di loro tramite internet, comitati, social network.
Terroir Vino, per chi non lo sapesse, è una bella manifestazione che mette in relazione i soggetti che ruotano attorno al vino e alla sua comunicazione offline e online. Ponendoli sullo stesso piano. È una manifestazione che ha l’ambizione di interessare ed interagire con chi il vino lo fa, chi lo distribuisce, lo vende, lo comunica, lo giudica, lo beve. Un’ambizione grande, quasi smisurata. Un’ambizione da alcuni anche criticata, sotto traccia, per il fatto di risultare, alla fine, senza target definito.
È vero, non c’è un target. Ma, crediamo, non voglia esserci di principio. Al contrario, vuole essere quello che Fiorenzo Sartore ha brillantemente condensato nel suo post su Intravino: “il meetup di decinaia di identità disperse nella rete, che stanno connesse tra loro per mezzo degli ordigni social e per un anno intero si incrociano quasi solo in modo digitale. A Terroir Vino la modalità analogica irrompe su quella digitale e, per la miseria! Finalmente ci baciamo e ci abbracciamo tutti”.

Terroir Vino promuove lo stesso principio alla base del successo referendario: puntare sulle singole persone, sulla loro capacità di comunicare e informare nell’era del web 2.0, di fare massa critica sommando individuo a individuo per arrivare a novanta, e non facendo novanta con il singolo pezzo da novanta d’antica concezione (alla Veronelli e tutti i suoi discepoli migliori, per intenderci). Ecco spiegato allora lo slogan no guru, no idols, le azioni collaterali come le degustazioni dal basso e il garage wine contest, la (quasi) totale mancanza di persone con la puzza (o puzzette, visto che si parla di vino) sotto il naso, la percezione di un confronto egualitario sincero.

#vuu: Domenica è stata la giornata dell’Unconference, la non-conferenza sul mondo del vino e sulla sua comunicazione online. Peculiarità: Platea eterogenea, interventi eterogenei (forse troppo).
Note positive: certamente l’idea di fondo, alcuni speech interessanti (noi abbiamo apprezzato quelli più legati alla comunicazione e alcune riflessioni di Luca Ferraro aka Bele Casel), gli assaggi golosi delle 13.
Note negative: tra tutte le voci che compongono Terroir, è forse quella che risente maggiormente della mancanza di un target preciso. Si saltabecca dal produttore (a proposito, davvero interessanti e pungenti gli interventi di Mario Pojer e Peter Dipoli) al comunicatore, dal blogger al venditore senza un filo preciso. Naturale che l’attenzione non possa essere sempre al top, e questo si percepisce in sala. Alcuni interventi, infine, sono stati poco riusciti, per debolezza di soggetto o prolissità di esplicazione. Oh, almeno per noi…

Cena a Villa Spinola: Allo sfarzo generale (molto glamour, molto chic), i Papilli rispondono con la stessa t-shirt autocelebrativa del pomeriggio. Fuori posto? Nemmeno il tempo di pensarlo e incrociamo Filippo Ronco, casual più che mai, e ci sentiamo al nostro posto. Finiamo al tavolo con un trio di produttori (da nord a sud, Armin Kobler dell’omonima cantina, Luca Ferraro e Luca Balbiano delle Cantine Balbiano) che ammiriamo e con cui è stato interessante parlare (almeno fino a quando il complessino jazz live ad un metro dal tavolo non ha attaccato a suonare).
Note positive: vedi ggente, abbini volti a nickname, assaggi pasteggiando tanti vini.
Note negative: in un contesto di condivisione, con i produttori che mettono al centro della sala i loro vini e accettano il confronto, c’è chi arriva con una borsa di selezionatissime bottiglie frutto della propria cantina personale e non aspetta cinque minuti a tirarle fuori. Celodurismo d’antan e mancanza di tatto non imputabili all’organizzazione.

Terroir vino: Partiamo dalle note positive. I Magazzini del Cotone, il Porto Antico in una giornata di sole, la bellezza sullo sfondo di Genova sono certamente la migliore delle location possibili. La qualità media degli assaggi è decisamente sopra la media. Il catering volante (ma continuo) attorno ai tavoli è manna dal cielo (e pure eccellente qualitativamente). La comodità delle poltroncine all’ingresso appagante. L’atmosfera piacevolissima. La disponibilità dei produttori perfetta.
Note negative: non avere papille di scorta, per un rapido cambio a metà giornata. Limiti del corpo umano non imputabili all’organizzazione.

Alcuni assaggi: Lo giuro. Ho sputato praticamente tutto il vino assaggiato, da buon degustatore (in effetti, è veramente l’unica via per arrivare sano al termine). Nonostante questo, sarà la stanchezza, sarà la dabbenaggine insita in me, verso la fine della giornata sono riuscito a perdere tra gli stand il libretto con tutte le mie annotazioni della giornata. Cerco di rimediare sinteticamente con alcuni assaggi che mi (ci, abbiamo condiviso a quattro nasi/bocche) sono rimasti impressi.

Partiamo dai bianchi. Si riconferma straordinario il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva “Vigna delle Oche” della Fattoria San Lorenzo (Montecarotto – AN): fiori, note burrose, mandorle amare, un’avvolgenza e profondità devastante (voto 9,5). Di Bressan (Farra d’Isonzo – GO) conoscevamo gli altri vini dallo scorso Terroir. Il rotundone (Pojer ha spiegato che il pepe nero di certi vini è dovuto chimicamente alla presenza di questo sesquiterpene) dei suoi neri resuscita un morto (e divide il parere dei Papilli). A questo giro abbiamo apprezzato il Moscato rosa secco: il profumo suadente, franco, intenso, dolce è contrastato in bocca da una secchezza inaspettata e piacevole (voto 8,5).
Podere Terenzuola (Fosdinovo – MS) è un grande produttore. Se non lo conoscete assaggiate il Vermentino Colli di Luni Fosso di Corsano 2010, perfetto, paradigmatico nei suoi profumi di fiori e frutta gialla, fresco in bocca (voto 9) e il Cinque Terre Doc 2010, decisamente diverso, minerale, salato, cangiante (voto 8,5). Il Sauvignon Voglar di Peter Dipoli (Egna – BZ) è eleganza pura (e una via diversa al Sauvignon d’autore, meno erba, più frutta esotica matura), piacevolissimo (voto 8,5). Per certi versi, un vino simile è il Riesling Pétracine 2009 di G.D. Vajra (Barolo, CN), uno di quei vini di cui non ti puoi annoiare, e che bevi oggi, bevi tra un anno, bevi tra dieci ti regalerà profumi e sapori in continua evoluzione (voto 9). Il Vermentino Colli di Luni Ithaa della Tenuta La Ghiaia (Sarzana – SP) è assai particolare, fin dal procedimento. Naso opulento, bocca avvolgente, un vino da riassaggiare con calma per capire se ci piace davvero (comunque, voto 8).

Tra i rossi, fuori dalle righe il Beatome Teroldego Vigneti delle Dolomiti di Redondel (Mezzolombardo – TN), assaggiato da magnum stappate in giornata, da 24 e da 48 ore (voto 8,5). Il Torrette Superieur 2009 (voto 8,5) e il Fumin 2007 (voto 8) de L’Atouéyo (Aymavilles – AO) li conoscevamo già, e continuiamo ad apprezzarli. Sara Carbone no (Carbone Vini – Melfi – PZ), non la conoscevamo di persona, ed è stato un piacere farlo. Il suo Aglianico del Vulture Stupor Mundi di Carbone Vini (Melfi – PZ) è vino importante, carico, potente, ma elegante, complesso (voto 8,5). Il suo Aglianico base (Terra dei Fuochi) è assai diverso, meno riconoscibile al naso (anche meno preciso, ma di una imprecisa quasi piacevole), dall’ottimo rapporto qualità/prezzo: un vino con cui divertirsi in abbinamenti a piatti di carne saporita (voto 8).
Il Taurasi Nero Né de Il Cancelliere (Montemarano, AV) lo racconta già il suo nome. Profondo nero, impenetrabile, di grande struttura (voto 8,5). Da seguire (intendiamo l’evoluzione del vino, ma anche della cantina). Decisamente su altre note, un vino per l’estate (nonostante l’alta gradazione alcolica), un vino dal naso accattivante e fresco, è il Cerasuolo di Vittoria 2010 di Manenti (Donnalucata, RG) ottenuto con uve 60% Nero d’Avola e 40% Frappato (voto 8).
Chiudiamo con una delle ultime cantine assaggiate, ovvero quei matti di Forti del Vento (Ovada – AL). Noi eravamo a fine corsa, e i loro vini non sono propriamente facili. Ma la Barbera Podej c’è piaciuta al primo sorso (voto 8).

P.S: In fondo, in fondo, ci rimane solo un dubbio. Non è che tutto questo ambaradan Filippo Ronco lo mette su solo per poter esibire il suo assolo di chitarra la domenica sera alla cena di gala?

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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