Quante volte è dato ad un uomo di sprofondare e risorgere? A Napoleone, Manzoni ne dà tre (“tre volte nella polvere, tre volte sull’altare”). A Diego Armando Maradona, il fato ne ha attribuite anche di più. I mondiale del 1994 per Di.Ar.Ma. sono breve altare e soffocante polvere. Tornato a giocare dopo la squalifica per problemi di cocaina, Di.Ar.Ma. è il condottiero di un’Argentina che appare fortissima. Il 4-0 a zero con cui schianta la Grecia nella partita iniziale (ultimo, meraviglioso gol di Di.Ar.Ma. ad un mondiale) lo dimostra. Ma dopo la seconda partita, vinta 2-1 contro la Nigeria, Di.Ar.Ma. viene nuovamente fermato dall’antidoping, risultato positivo all’efedrina. La sua carriera di calciatore (anche se nel futuro ci saranno tristi apparizioni sui campi di calcio) e il mondiale dell’Argentina finisce lì. Il mondiale italiano, invece, nasce male, con l’inopinata sconfitta per 0-1 contro l’Irlanda, ma, sotto lo stellone della buona sorte, si riprende, fino alla finale. Il ct è Arrigo Sacchi, che  agli schemi adottati può aggiungere il fondamentale schema C,  ovvero il culo di Sacchi. In finale, giocata a Pasadena il 18 luglio alle ore 12.30 locali, quando neanche le mosche hanno la forza di volare, c’è il Brasile di Bebeto e Romario. La partita si trascina sullo 0-0 fino ai rigori. Baresi, Massaro e Baggio sbagliano la chiamata, il Brasile è puntuale per il suo quarto titolo mondiale. Furono mondiali strani, giocati ad ore improponibili, nell’indifferenza del pubblico statunitense. Furono mondiali USA: li celebriamo con lo stereotipo degli stereotipi. Un Big Mac per tutti. Con patatine fritte e Coca Cola o senza?