Tavoloni lunghi lunghi, l’orchestra di liscio come sottofondo, una cassa improvvisata, la vicina di casa che serve i classici piatti di carta. Un campo da pallone, un prato, un piazzale ghiaioso, una pista da ballo o un capannone allestito come sala all’aperto. Di sagre ce n’è tante, milioni di milioni, verrebbe da dire. Ognuna ha le sue particolarità, e il suo menù: ravioli, tagliatelle, gnocchi. Salsicce, bue grasso, asado, salamini, asino, cinghiale. E poi triglie, cozze, polpo, bagnun. E ancora: melanzane, zucche, frittelle. Ciliege, miele, fichi. Possiamo andare avanti all’infinito. Si potrebbe fare un giro d’Italia sul sentiero delle sagre e stare certi di incontrare tutte o quasi le specialità della nostra cucina.

Cucina popolare, per carità, il più delle volte senza troppe pretese. Anche se ci sono diversi appuntamenti in cui la qualità è veramente eccellente, la sagra rimane più che altro un happening: il momento in cui si ritrovano vecchi amici del paese, il motivo per una gita fuoriporta, l’immancabile approdo di un passaggio casuale in un paese qualunque in una sera d’estate. Anche se, ad onor del vero, ci sono molte sagre anche in autunno: funghi, carciofi, e così via. Un rito storico e popolare, legato alle tradizioni gastronomiche del nostro paese. Forse è per questa sua anima – oggi surclassata spesso da velleità diverse – che continua a piacerci.

Quello della sagra rimane per molti aspetti un mondo magico. Nonostante le migliaia di feste di paese portino con sé altrettante peculiarità, alcune costanti si trovano.

Il menù: primo, secondo, dolce. Più raramente antipasti. Scritto rigorosamente a mano su un cartello vicino alla cassa. Le portate vengono cancellate man mano che finiscono.

Piatti di carta: solo i più organizzati si sono dotati di servizi in ceramica, ovviamente sbeccata. L’orchestra, con nomi da urlo tipo Franco e Franca, Ninni e Giuse Band (inventati, quelli veri son più belli). L’organizzazione nelle fogge più varie: paghi ti siedi e ti servono, paghi ti servi e ti siedi, paghi ti siedi poi ti servi e ti risiedi. Il servizio: che dio ce la mandi buona, ma tante grazie a tutti quei volontari che si sbattono per la pro loco di turno.

Parliamoci chiaro: questo non è un articolo, è un appello. Volete mica che ci mettiamo qui a elencare tutte le sagre del creato? Con il rischio di citarne qualcuna e lasciarne fuori mille? Qui serve la vostra collaborazione. Scrivete qui sotto la vostra sagra del cuore e i motivi per cui vale la pena di andarci.

Visto che sono il padrone di casa parto io. La sagra del cuore per me è la Fiera Nuova del Bue Grasso (Cassinelle – AL, primo weekend di agosto). È il paese di origine. Da ricordare i campeggi sotto casa a quindici anni, per sentirsi grandi e liberi; i mitici Hermosita sul palco; la peperonata. Del Bue Grasso è rimasto più che altro il nome, che una volta al pomeriggio c’era la fiera dei capi di bestiame. E la corsa coi sacchi…

Poco distante la rampantissima Sagra del Cinghiale di Morbello (secondo weekend di agosto), scoperta negli ultimi anni. Il cinghiale vale. Sull’altro colle, la Sagra delle tagliatelle di Cremolino, famosa, da sempre, per i piatti di ceramica, oltre che peri i taglierini. Sagra da signori, nel secondo weekend di luglio.

Ne seguirebbero tante altre incontrate lungo il cammino. Ma voi che ci state a fare?