E alla fine #grignolino1 fu. Sabato 12 marzo a Portacomaro, vicino ad Asti, una settantina di persone unite da twitter e dalla passione per il vino si sono incontrate – dando dei volti e delle anime a ciò che prima di allora erano avatar virtuali – e soprattutto incoronando un vitigno “anarchico, individualista, balordo, testadura”, il grignolino, appunto. Non è stata una degustazione come le altre, cosa sia stata è difficile dirlo: un happening, un’epifania, una festa, una seduta psicoterapeutica. Di sicuro è stato un successo.
Ecco perché.

1) L’attimo fuggente
C’è un tempo per vivere e uno per morire, come diceva dio nel suo bestseller. Questo è indubbiamente il tempo giusto per organizzare enoeventi su twitter: fra qualche mese chissà, ma oggi sì. C’è stato il passaparola e il successo, ma non l’alluvione e l’inflazione. C’è ancora curiosità e non sazietà. Ci sono ancora persone che non si sono mai viste in faccia, voglia di rapporti fluidi, e non gruppetti già cristallizzati e chiusi fra i soliti noti.

2) Il vitigno
Uno su mille ce la fa. Ci voleva un vitigno noto ma raro, senza essere di nicchia, con una bella storia alle spalle ma un recente passato oscuro in grado di mettere chiunque a proprio agio, perché tutti partivamo da “zero”. Se poi hai uno sponsor come Veronelli che te lo presenta in maniera affascinante e stuzzichevole, facendone un ritratto perfetto in pochi aggettivi, allora hai quadrato il cerchio.

3) Il vino
I vini, dovremmo dire. Almeno due caratteri ben distinti, dottor Jeckill e Mr. Hyde. Non capita spesso di stappare bottiglie che definiscono in maniera così netta il proprio terroir: col grignolino è successo. Eppoi certo, le varie differenze di età e di mano. E una qualità sempre davvero ottima. Non ci voleva il naso di Cyrano per cogliere le differenze: è stato proprio il fatto che fossero così marcate e “facili” a spostare la discussione fra i tavoli dal profumo di orchidea nana del madagascar – nel mondo del vino, l’equivalente del gioco da palestra a chi ce l’ha più lungo – al racconto delle proprie emozioni.

4) I produttori
Noi Papilli siamo stati fortunati: alla degustazione eravamo circondati solo da tuìtteri, e al pranzo solo da produttori. A prescindere dalla possibilità sempre piacevole di scambiare parola con chi il vino lo produce, la presenza e l’entusiasmo dei produttori è stata la ciliegina sulla torta. Perché un vino può anche esprimere una terra, ma una terra a volte decide di non esprimere il proprio vino – anzi, capita spesso.
Ho la presunzione di immaginare che per i produttori presenti, vedere l’entusiasmo del gruppone dei degustatori, magari in qualche caso scoprire la potenza di uno strumento non certo comune – twitter ma internet in generale – sia stata una seduta di autocoscienza collettiva rigenerante.

5) Il ritmo
Sottolineato da tutti, perché è stato proprio l’aspetto che ha tenuto insieme tutti i pregi dell’idea e gli ha dato il carburante per prendere il largo. Giusta la batteria da tre vini, giusto il ritmo di mescita e bevuta, intelligenti e sinceri tutti gli interventi: l’esperto semplice, il produttore, il rappresentante straniero, la tuìttera lì più per twitter e meno per il vino, i ricordi dei piemontesi.

6) L’organizzazione sabauda
Se avessero lasciato la capitale a Torino forse ora saremmo una nazione diversa, e gli svizzeri ci farebbero una pippa. Splendida la location, tempi rispettati al minuto, posteggio facile e svincolo autostradale a due passi, ristorante a dieci metri, curatissimo ogni dettaglio.
E sopra tutto, l’entusiasmo e la feroce determinazione di Enofaber: che mi ha dato anche l’idea di essere nella vita una persona normale, magari anche timida nel parlare in pubblico, e che però si è trasformato in un leone. A fine degustazione sembrava avesse sostenuto tre esami di laurea in contemporanea: esausto ma ancora adrenalinico. Poi, invece di godersi gli allori, al ristorante si è fatto in quattro per servire i vini. Standing ovation.

7) Il pranzo
Come ha detto Maurizio Gily con una bellissima definizione – che cito ora e che poi gli copierò facendo spudoratamente finta che sia farina del mio sacco – il grignolino è uno di quei vini “dispari”, cioè che si completano col cibo. A dir la verità, per me è dispari anche l’acqua, purché si mangi. E si è mangiato molto bene: cucina piemontese saporita, tradizionale ma con un alleggerimento di fondo che sa di chef ben preparato. Quantità giuste, ritmo di nuovo perfetto, girandola di sapori, tanti tanti vini in abbinamento (noi abbiamo incoronato le quattro barbere). Burp!

E ovviamente… I partecipanti
Stringiamoci virtualmente le mani. Perché tutti i sette punti qui sopra avrebbero fatto poco con persone meno disponibili alla curiosità e alla simpatia.

Poscritto. Appunti per la prossima volta.
Alla voce minuzie: più grosso il cartellino con il nick tuìttero. Oppure prima di cominciare una cosa un po’ all’antica tipo un giro di nomi-nick. E un collegamento wi-fi!

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44 anni, doppio papà, si occupa da aaaaanni di comunicazione web. Genovese all’anagrafe ma in realtà di solide origini senesi, ha sposato una fiamminga francese creando così un incasinato cortocircuito di tradizioni enogastronomiche

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