Il turismo del futuro? Parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla capacità di essere felici, dalla loro cura verso la terra che abitano. I turisti arriveranno di conseguenza. Così parlò Carlin Petrini, patron di Slow Food, invitato al Forum Risorse, scenari e prospettive per una nuova idea di turismo – organizzato dalla Regione Liguria a Palazzo Ducale mercoledì 20 gennaio – a cui hanno partecipato anche Matteo Caroli (Università Luiss), Domenico De Masi (Università La Sapienza), Andrea Granelli (Kanso, Domus Academy), il Presidente della Regione Claudio Burlando e l’assessore al Turismo Margherita Bozzano.

Petrini stravolge i canoni tradizionali con cui si pensa al turismo, e invita a cambiare paradigma. «La concezione secondo la quale più gente arriva, più soldi si incassano, è finita», dice. Qualità al posto della quantità, un capovolgimento del soggetto da qualificare: «c’è una nuova sensibilità verso la qualità della vita e la cultura del popolo che si va a visitare». La felicità dei residenti, la difesa dell’ambiente in cui vivono, della sua biodiversità, la cura della terra che calpestano e coltivano, gli spazi dedicati ai bambini fanno molto di più di qualsiasi comunicazione. «Badate, in Italia negli ultimi vent’anni abbiamo cementificato una porzione di territorio grande quanto il Lazio e l’Abruzzo – prosegue con la consueta e incalzante retorica – e la Liguria in percentuale è quella che ha costruito di più. Mentre in Brandeburgo, la regione di Berlino, hanno fatto una legge per la quale non si può costruire in terreni agricoli ma solo in aree dismesse».

Petrini smentisce altri luoghi sulla Liguria: «quando vado in giro a dire che la Liguria è la Regione d’Italia con più vecchi dicono “poverini”. E invece no, gli anziani sono fonte di memoria, hanno la sapienzialità. E i liguri hanno anche un altra grande dote: la simpatia. Perché la sapienza che rompe i maroni non va bene».

Poi piano piano scivola verso i temi a cui tiene di più, l’inventore di Terra Madre. «Senza un’agricoltura di prossimità, senza un’agricoltura sostenibile, senza la difesa dei saperi professionali, non si va da nessuna parte», dice. E va bene la sviluppo ma: «guai a perdere una comunità di pescatori, di contadini o un presidio sul territorio. Vi diranno che questa è poesia, che la realtà è diversa. Bene, io anni fa seguii in America l’apertura dei primi mercati di contadini. Dieci, cento, duecento: oggi ce ne sono 12.000. Alla fine sono tornati anche in Italia, come una nuova moda – i Farmer’s Market – ma lo facevamo già secoli fa».

Nonostante il nostro paese sia pieno zeppo di bellezze, le bellezze vengono presto dimenticate se spazzate via: «io ricordo com’era la mia Langa quando ero ragazzino – dice ancora – Carlin Petrini – e sono soffro per quanto sia diventata brutta. Ma i giovani no, sono cresciuti in mezzo ai capannoni e gli sembra normale». Anche la Liguria e il suo territorio hanno dato tanto, e a cause diverse. Non si può fare a meno di pensare allo stupro del paesaggio fatto dall’industria nel ponente di Genova, che ha avuto il merito di dar da mangiare a tantissime famiglie per decenni, salvo poi – una volta finita l’era della produzione – lasciare a secco i posti di lavoro. E il panorama divelto. Lo stesso si può dire del sacrificio fatto sull’altare del turismo, con interi paesi della Riviera costruiti a forza di seconde case, di porticcioli. Che sia giunto il momento di pensare a modelli diversi?