Gira che ti rigira saltuariamente ci si trova di fronte a personaggi che hanno qualcosa da raccontare, anche se non ci troviamo in Langa né a Montalcino, ma a Gambellara. La zona è famosa a livello vitivinicolo, nei suoi estremi contraddittori. Qui convivono a pochi metri di distanza l’impero di Zonin e le vigne di Angiolino Maule (Diavolo e Acquasanta, decidete voi le assegnazione dei ruoli). Personaggi apparentemente lontani ma che hanno un trait d’union molto simile: terreni e personalità tanto forti quanto, a volte, debordanti.

Attorno a questi estremi, gravitano una serie di giovani produttori che si stanno facendo strada puntando tutto sul territorio. Fin qui nulla di nuovo da raccontare. Ma qui, quando si parla di territorio, occorre concentrarsi proprio sul terreno. Gambellara, infatti, sta su un oceano di basalto

Le rocce di basalto

Le rocce di basalto

Questa pietra, fuoriuscita in forma lavica da una bocca secondaria di un vulcano, al contatto con l’allora oceano si solidificava immediatamente formando dei coni di roccia esagonali o pentagonali, creando così interi fondi marini, poi emersi. Così si sono formate le colline intorno a Gambellara. Per i più precisi, queste colline formano due anfiteatri: Gambellara e Selva di Montebello, quest’ultimo rivolto a Est, il primo che guarda a Sud.

Il basalto è stato utilizzato per anni nella costruzione delle massicciate delle ferrovie: si è assistito così a decenni di deturpazione del territorio, e intere colline depredate.

Parliamo di vino? Uno dei produttori emergenti si chiama Davide Vignato (i Vignato a Gambellara sono come Conterno a Barolo: a manciate). Ovviamente produce una serie di etichette certificate bio: no diserbanti, no sistemici, partenze delle fermentazioni con pied de cuve create in cantina da lui, qualche giorno prima della vendemmia. Non ci soffermiamo sui Recioto, spumanti a base Durella, passito di merlot da vigne del 1950, e Garganella rifermentata “Col Fondo”. Perché a noi piace soffermarci sul focus più succulento, la Garganega.

Le bottiglie da sottolineare sono due: El Gian, la Garganega quotidiana (prezzo in enoteca, 8-10 euro), da vigneti di media collina, sapidità da vendere per un vino che affronta il mercato in maniera “educata”, ma soprattutto il Col Moenia (prezzo in enoteca, 11-13 euro). Da selezione di vigneti in altura, più strutturato del fratello minore, potente, ampio e con note boisè sul finale. Lo svolgimento della malolattica sottintende anche un leggero tono burroso che ne aumenta l’ampiezza. Quest’ultimo è quello che Davide definisce il suo vino. La sua impronta. Casa Sua.

Ne abbiamo assaggiato varie annate e alla fine, grazie a quelle vigne dai terreni neri e ricchi di rocce vulcaniche, svetta una caratteristica unica che rende “didattico” il riconoscimento di un vino di questa zona: il sale. Non sapido, ma proprio salato.
La presenza costante di questa sensazione (forse un vero e proprio elemento), ci fa riconoscere un territorio unico nato dal vulcano, schiacciato sì sulle cartine tra i big (Amarone e Prosecco), ma che ha uno spessore che pochi possono vantare.

Talmente specifico che è stato isolato (selezionato) un lievito e catalogato proprio come autoctono di Gambellara. Ma questa è un’altra storia, di cui sentiremo parlare più avanti. Certo è che se nella gara dei vitigni autoctoni possiamo snocciolare di tutto, sul lievito qui siamo anni avanti…