È una ricetta tipica dell’Altopiano di Asiago, che mi ha raccontato Gianni Rigoni Stern, figlio di Mario Rigoni Stern.
Si chiama polenta, ma poco ha a che vedere con la classica polenta. Il suo segreto, probabilmente, sono le patate di Rotzo, uno dei sette comuni dell’Altopiano. Ma, altrettanto probabilmente, riuscirà bene con altre varietà di patate particolarmente ricche di amido (quelle adatte per gli gnocchi, per capirci). Se poi non sarà esattamente come l’originale (che ho assaggiato questa primavera), vuol dire che bisognerà andarci, sull’Altopiano: lo immagino stasera placato di neve, bianco e ovattato, furibondo di urogalli schivi rintanati nelle loro tane.

Ingredienti per 4 persone
1 kg di patate di Rotzo
150 gr di farina bianca
120 g di burro (o strutto)
una cipolla
cannella in polvere
sale

Preparazione
La cipolla va tagliata sottile e fatta rosolare dolcemente nel burro. La si toglie e nel burro si fa tostare lentamente la farina bianca, continuando a mescolare, fino a quando non raggiunge un bel color nocciola.
Nel frattempo, in poca acqua, si fanno sobbollire e lessare le patate già sbucciate e salate. Quando sono lessate, si schiacciano con parte dell’acqua di cottura e si aggiungono alla farina.
Bisogna lasciare cuocere la polenta ancora per una decina di minuti, quindi rovesciarla nella spianatoia e lasciarla raffreddare.
La polenta considera si può servire tiepida o riscaldata (nel frattempo sarà diventata solida), accompagnata dai formaggi dell’Altopiano o da una buona sopressa vicentina.

Varianti
1) La cipolla può non essere eliminata dal burro (per una versione più decisa)
2) Assieme alla farina si può aggiungere la cannella in polvere

In accompagnamento:

Tam! Tam! fece secco il mio fucile. Tam! Tam! rispose quello del mio amico e l’eco ci riportò le fucilate e poi la valle ancora rimbmbò fino alle ultime vette dove sino alla primavera prossima nessun uomo sarebbe passato. Solo i selvatici restavano. Finalmente in pace con la loro natura tra tormente e gelo.
La sera ci colse di sorpresa seduti sotto un abete dove avevamo finito la borraccia della grappa. Lontano, giù in fondo, si vedeva il paese illuminato. Dalla linea delle luci indovinavo le strade e le contrade. Sopra le case si stendeva il fumo dei camini. I camini che fumano: case calde, latte fumante, patate e zuppa bollente, bambini assonnati. Finita la caccia.
[Chiusura di caccia – da Il Bosco degli Urogalli di Mario Rigoni Stern – 1962]