Commercianti di (s)fiducia

da | Apr 3, 2010

Non so voi, ma a me, in alcuni negozi di cui sono cliente affezionato, capita sovente di instaurare, col negoziante, dialoghi sospesi tra il sibillino e il surreale. Un esempio? Eccolo, in pescheria:

– Vorrei un’orata.
– Ehm, no, meglio di no.
– Ah, bene, allora cosa posso prendere? Le acciughe vanno bene?
– Sì, le acciughe sono freschissime!

E così può succedere dal macellaio, e, più raramente, anche dal fruttivendolo.

Poi, da quando vado a fare la spesa con Teresa, la mia bimba di quattordici mesi, le (mie personali) dinamiche commerciante-acquirente hanno subito un’ulteriore evoluzione. L’ultimo caso, ieri, dal fruttivendolo.

– Vorrei dei pomodori maturi, da sugo.
– Li ho ottimi.

Poi, guardando Teresa, la commessa mi fa, con fare cameratesco:

– Ma sono per il sugo della bimba? Allora, aspetti, che le cerco i migliori!

Non c’è nulla di male, per carità. Solo che mi pongo qualche domanda.
È una buona pubblicità per il negoziante far intendere, con mezze frasi, che parte della mercanzia esposta non è di primissima qualità?
E all’acquirente, conviene dichiarare, prima dell’acquisto, di essere in possesso di un bimbo al di sotto dei 36 mesi, per avere il meglio del negozio?

Autore

Alessandro Ricci

Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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