Ho fatto la mia. Che si chiami karma, fato, stress, in ogni caso il risultato non cambia: sono andata nella ridente terra corsa senza alcun tipo di supporto 2.0 causa dimenticanza delle 5 del mattino. Yuccie, nerd o sfigata direte voi, aggiungendo che “si può stare benissimo in vacanza senza smartphone”: sì, se decidi di affrontare tale ardua prova. Se invece lo dimentichi sul tavolo, parti nudo e perso.
Vero, verissimo che faccia bene ai nervi, ma se e solo se si intende affrontare un viaggio due-cuori-una-capanna-e-una-pancia-vuota. Altrimenti impossibile prenotare, localizzare o anche solo dare un’occhiata ai posti. E, come da premessa, mi trovavo in uno dei luoghi, sotto questo aspetto, più difficili del pianeta. Intendo difficili per queste esaustive ragioni:

  • La Corsica è piccola ed enorme allo stesso tempo; le tempistiche di spostamento su strade così impervie e trafficate (male, malissimo per la guida locale, nda) sconvolgono le normali leggi della fisica, per cui circa 160 km hanno un tempo di percorrenza di almeno 4 ore.
  • La Corsica è selvaggia nei sapori così come nella terra e nell’indole, non proprio propositiva, dei suoi abitanti. Chiedere, informarsi e trovarsi anche solo d’accordo su dove sia il Nord e il Sud con un corso è, diciamo così, complicato a livello di sopportazione (loro), comunicazione (nostra) e disponibilità (loro).
  • La Corsica è un gioiello che brilla. Brilla così tanto che, spesso, per eccesso di brillìo si applica quella particolare legge naturale per cui si incendia. E mica poco. Per cui seguire costantemente i percorsi dei Canadair normalmente non ti salva dall’incappare in strade chiuse, percorsi mutati che, senza Google Maps, fanno di te un qualsiasi rediviva star di Lost persa nelle trappole dell’Isola.

Fatta la breve premessa, la Corsica è sapore. Profumi di spezie, aromi ed erbe essenziali, di rosmarino selvatico e lavanda, di lonzo e formaggio di capra. Gusti decisi che attirano tanti stranieri quanti ne riescono a scacciare nel momento in cui si parla di cucina tipica: molto pesante, molto cotta e a base di carne fondamentalmente. Un’isola senza pesce? Si, così pare. Da Nord a Sud ho chiesto cercando di carpire come mai vedessi tanti pesci guizzare tranquilli nelle acque cristalline (anche senza maschera, altroché Caraibi) senza gustarne neanche uno alla sera. Mi perdonino gli dei del vegan ma era un dubbio lecito. Invece, si vive di cacciagione, di stracotti e di formaggi di pecora o capra (principalmente) perché le mucche corse sono, a detta loro, piccole, dure e stronze. Così il lonzo, mia preda preferita nelle giornate di intenso procacciamento del pasto all’interno dei market locali, si è perfettamente abbinato al salame di cinghiale e al fromage de chèvre in 100.000 variazioni. Fresco, stagionato, molle, alle erbe, alto, basso, senza crosta, tanto è stra-buono lo stesso. Poi, in una notte buia e tempestosa, il miraggio e scopro LUI.

Incappo, sotto stretto consiglio di un’elegantissima signora italiana stanziata da tanti anni in zona Calvi (colei che la sera prima mi ha fatto assaggiare un cinghiale stufato da mangiarsi anche la porcellana, nda), in un uomo grande come la porta che, con cadenza vicentina, tiene a precisare che la pancia lui l’ha grossa perché si mangia i clienti antipatici.
Una fazza, una buzza, direi. Voci di corridoio mi raccontano di lui, chef di quelli di un certo tipo con esperienze decennali da Giannino, al Plaza… insomma, uno che ci acchiappa e ti acchiappa. Così mi affido ai suoi ravioli fatti nel pomeriggio senza troppe aspettative e senza, soprattutto, Tripadvisor.

Tipico è chi il tipico fa, direbbe il saggio dei gastro-protettori: normale abitudine italiana quella del “mollo tutto e mi apro un ciringuito sulla spiaggia”, salvo poi portarsi dietro un retaggio enogastronomico-culturale di un certo peso che viene, regolarmente, malmenato e sconvolto dal meltin’ pot richiesto. E si vedono magari cose come l’ananas sulla pizza e l’insalata con la pasta. Lui invece no, LUI preserva, mantiene e difende l’eccellenza italiana proponendo un vero e proprio ristorante nazionale in terra di Calenzana: “La Bottega della Pasta”, nomen omen.
Assaggio un raviolo (che come dimensioni sta ai nostri 2:1) e mi innamoro. Della pasta, stesa a mano e consistente, assolutamente a cottura, soddisfacente e non eccessiva. Al ripieno che sembra bollito, poi trito, poi affumicato e poi esploso in un tutt’uno di buono. Da vecchia volpe, condimento essenziale: burro, parmigiano e spolverata di pepe. Ma ti pare che debba fare una vacanza da selvaggia senza risorse telematiche e debba finire sperduta qui, dove osano solo i nibbi e la Legione Straniera, a mangiare forse i migliori ravioli della mia vita? Sarà la fame, sarà la Corsica che mi ha affamato ancora e ancora di gusti forti, ma qui non se ne esce! Come una Gioconda qualsiasi, i suoi ravioli devono essere riportati in patria, parbleu! Inutile dire che la tagliata con patate e rosmarino, semplice che più semplice che non si può, l’ho spazzolata talmente veloce da non ricordare nulla, come se avessi preso la pillola blu in Matrix.

Sulla via del ritorno ho avuto ovviamente tutta la traversata per pensare e basta, circondata da miei pari ex-turisti di ritorno a casa, con l’umore un po’ inverso e lo smartphone iperattivo; così ho tirato le somme su diverse cose, tipo:

  1. I francesi non hanno uno stile d’abbigliamento che non sia dettato dalla pratica. Nello specifico, l’haute couture vacanziera 2016 prevedeva maglietta Decathlon tecnica, calzino al polpaccio e scarpino Nike ultraleggero. Sia per lei che per lui. Che stiano tra di loro.
  2. I còrsi trattano generalmente male, soprattutto i clienti dei ristoranti. Senza sapere se sei italiano, se sei francese (ancora peggio) o se sei corso. Sei comunque un essere umano da bullizzare. Impensabile in lidi nostrani, habitué nei locali. Partire preparati.
  3. L’italiano medio in vacanza non fa casino, fa colore. Tema delle spiagge limpide è il silenzio e il perfavore. Noi continuiamo con la borsa frigo e le ciabatte scese. E che gli dei ci proteggano, siamo gli unici esseri viventi in grado di provare empatia reciproca, aiuto e condivisione dei beni primari. Come il bidet.
  4. I bambini tedeschi si sporcano molto di più degli altri. Forse perché sono più biondi o forse perché in vacanza vengono lasciati allo stato brado, ma se incontri un bimbo in pannolino che a piedi nudi si sta mangiando la moquette della nave probabilmente è tedesco.
  5. Il còrso medio si esprime come gli arabi (ad alta e aggressiva voce), smadonna come i portoghesi (troncando le finali), gli stai sulle palle come ai liguri e guida come uno che guida forte a Napoli. Evviva le isole e le loro varietà culturali.
  6. Non esiste un aperitivo. Olive denocciolate ripiene di fuoco (peperoncino grezzo), dopodiché ti arrangi e ti tracanni la tua Pietra che è una sorta di Fontana di Trevi in bottiglia. Esistono variazioni sul tema, tipo la Pietra bionda o la Colomba, una specie di blanche locale e buonissima, che non vengono pubblicizzate al pari dell’esplosiva Pietra. Perché se non è la gasatura, sono le castagne. Sapevàtelo.
  7. La pizza non esiste, un po’ come la mafia. La pizza come la intendiamo noi, “quella” meraviglia moderna non esiste. Provano a inondarla di gruyère, di crème fraîche, di funghi e coppa. Resta un qualcosa che ti fa rimanere male. Partire con l’animo in pace.
  8. Paese che vai, bomba di Maradona che trovi. Non sono soliti, gli amici corsi, usare mezzi termini con le esplosioni: non ci fanno divertenti sagre delle madonne di paese, bensì avvertono i vicini, gli ami-nemici o i turisti che il luogo è loro e ci giocano come vogliono. Una torta di riso, più che finita, letteralmente esplosa. Permalosucci.
  9. Il corso è territorio e il territorio è corso: narrano di italiani ormai corsi di adozione avventuratisi per funghi, che crescono rigogliosi vicino ai castagni locali. Alla raccolta, copiosa e profumata, un locale spunta minaccioso ricordando che quello era un frutto di terra còrsa e come tale lì doveva rimanere. A seguito di una richiesta di pacifico confronto, non essendo, tra l’altro, i funghi presenti nell’alimentazione o nelle ricette tipiche, niente. Chiusura totale. Dovevano essere lasciati lì a marcire. Guizzo di genio, tipicamente italiano: ma noi li mangiamo solo con i nostri amici corsi! Allora buon appetito. Turista avvisato, mezzo salvato.
  10. Infine, scherzano con fuoco. Così, ogni anno, ettari su ettari vanno in fumo e con loro spesso case e paesi che vengono evacuati, strade che vengono bloccate e viabilità generica modificata creando, per i trogloditi temporanei come la sottoscritta, disagi notevoli.

In fondo a guardarli bene, cosa che mi sono potuta permettere non avendo uno schermo da fissare senza tregua, siamo noi qualche anno fa e siamo il “noi” che si nasconde nel più profondo antro del nostro DNA: chiusi, grevi nei gusti e nel terreno, selvatici nelle strade, figli della dura legge del vento e delle correnti, scostanti nel comunicare e intolleranti nel concedersi. Niente di più vicino a noi, giusto al di là del mare.

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Hira Grossi
Nasce e resta femmina, mamma e giornalista. Da anni si dedica assiduamente alla tradizione enogastronomica del gozzovigliamento hardcore, raggiungendo vette e risultati altissimi. Molti amici chef e sommelier cercano, invano, di insegnarle trucchi del mestiere