La Festa degli Uomini

Balle, sono tutte balle. O “granelli” in un italiano corrente secondo la tipica cucina nazional-popolare per cui nulla va buttato, neanche ciò che, se “tiri troppo la corda”, rompi. Altri indizi?

Metti una sera a cena a Prunetto, arroccato paesino delle Langhe; metti un agosto di afa e turismo; metti una festa di tradizione remota ed ecco fatto che in un venerdì sera qualunque ti trovi a mangiare le palle di toro. In sunto, è esattamente quello che è successo.

Le origini del mito vogliono il 2 agosto, per quest’anno abilmente traslato per venire incontro al weekend, come la Festa degli Uomini delle Langhe, ovvero il primo giorno utile per riunirsi dopo la partenza delle donne. Che fosse per i campi, per il mare o per chissà dove, il paese di Prunetto, deliziosa rocca medievale nella zona del tartufo di Alba – Cuneo, festeggia in perfetto stile solo-maschi. Infatti, narrano tra i tavoli imbanditi, di signore in coda anni a bramare un invito, una mera partecipazione all’annuale festeggiamento testosteronico; dice Mauro, habitué dell’evento: “mia suocera ha fatto da apripista anni fa; mia moglie mel’ha chiesto per ben due anni prima di essere accettata al tavolo”. Quindi, facendo due conti, sono privilegiata in missione per conto della divina Bagnacauda. Devo farne tesoro a tutti i costi.

Entrando nella sala del ricevimento intuire che proprio qualcosa stonasse era evidente: io e il mio estrogenino entusiasmo brilliamo quasi quanto un pois in mezzo a un metro di righe. Fuori luogo ma decisa a portare a termine la missione: sono qui per le palle di toro e non me ne vado finchè non le assaggio. Segue l’entrata di altre donzelle perché, negli ultimi anni, “le donne sono tollerate se vengono armate di buone intenzioni”. Tra un imbarazzo e un bicchiere di vino le portate scorrono veloci fino al punto di non ritorno, le protagoniste della serata.

Alla vista un mix tra funghi fritti e mini cotolette, le palle di toro vanno via che è un piacere. Io mi ci abbuffo: carne tenerissima, panatura importante e croccantissima, non eccessivamente invadenti né in sapore né in dimensione. Insomma: 3 giri vanno via senza accorgersene. E appunto è il “non accorgersene” che caratterizza il servizio: il cortesissimo e sempre pronto Bruno serve le primizie agostane come “porcini fritti nostrani” alla tavolata femminile. Quindi le donzelle cinguettanti scofanano due piatti a testa di fritto senza batter ciglio fino a quando viene svelato l’arcano.

Ebbene sì, gioia, stai mangiando le palle del toro. Da quel momento, magicamente come sotto incantesimo, la deglutizione si fa faticosa e la digestione impossibile. Niente, bocciate. Io, invece, perfettamente mimetizzata tra la tovaglia e la carta da parati, non mi lamento, anzi, rinnovo ed esalto. Memore della prima esperienza camarguese con i gioielli taurini ne assaporo l’amabilità: in Camargue le avevo testate stufate ricoperte di una riduzione di aceto balsamico e spezie e il ricordo torna a quella carne tenerissima, che si tagliava solo con la forchetta. Invece oggi è croccante al punto giusto, innaffiata di buon vino a km0.

Bruno si rifiuta di dirmi il segreto così mi intrufolo in cucina e scopro, ma me lo dovevo aspettare, che le palle del toro (45 per la precisione) sono state cucinate e preparate da… una donna! E che donna… Carmelina, chef di Prunetto, svela che le palle vengono portate, in ordinazione, già spellate, pronte, poi, per essere tagliate a fettine, impanate a dovere e mangiate. Pronti, via, senza tante storie, se non fosse che Carmelina mi chiede “com’erano” perché lei, assolutamente nel tema della festa, non le ha mai assaggiate!

Bella storia, belle persone, belle-balle che sono andate via come il pane, anzi… come i funghi. Sono soliti, da queste parti, festeggiare di continuo, andando dietro a quello che la natura (spoiler, astenersi vegani e facilmente impressionabili) offre: verdure e affini, cacciagione di ogni tipo, è la situazione che crea la ricorrenza e qui il profumo di tradizione si sente. Perché da queste parti sanno benissimo da dove vengono e lo ricordano spesso e volentieri: festa medievale al castello, mangiate e ricorrenze, per sfruttare al massimo la piacevolezza dell’estate e i frutti che essa regala. Bruno, infine, mi fa assaggiare un estratto erboristico diventato amaro digestivo negli anni: mi sgrasso l’anima con un pregiatissimo Toccasana Negro, un mischione di ben 37 erbe secondo la ricetta dell’erborista di Cessole.

Poi mi conquista davvero, questa volta, regalandomi due perle della terra grandi come due noci: tartufo, nero. Perdo i sensi e ne uso il profumo come sali. Ma questa è tutta un’altra storia che merita ossequi quanto celebrazioni degne del miglior Montezuma della Langhe. Decido di annoverare Prunetto e i suoi eroi nella mia personale top 5 e inizio ad aprire le liste per l’iscrizione alla prossima reunion. Chi viene?

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Hira Grossi
Nasce e resta femmina, mamma e giornalista. Da anni si dedica assiduamente alla tradizione enogastronomica del gozzovigliamento hardcore, raggiungendo vette e risultati altissimi. Molti amici chef e sommelier cercano, invano, di insegnarle trucchi del mestiere