Mentre nelle campagne italiane è cominciata la raccolta delle olive – che si protrarrà fino ai primi mesi dell’anno nuovo – il mondo dell’olio è scosso dallo scandalo di “oli vergini” spacciati per più pregiati oli extravergine.

Uno scandalo che coinvolgerebbe (siamo ancora all’inchiesta) sette grossi marchi, tra cui Carapelli, Bertolli e Sasso. Che per molti consumatori rappresentano ancora Toscana (i primi due) e Liguria (Sasso), ma che in realtà da diversi anni sono passati, come proprietà, in mani straniere: nel 2008 allo spagnolo Jesus Salazar, poi Deoleo, infine, nel 2014, ad un fondo inglese (bellezza dell’economia globale). 

Oli extravergine, venduti tra i 5 e i 6 euro (ma si arriva incredibilmente anche sotto i 4 euro), che non si rivelano tali. È il segreto di pulcinella. Perché i produttori di olio, da anni, continuano a ribadire con forza che il prezzo di un litro di “vero” olio extravergine deve essere superiore. Almeno il doppio.
Ancor più dopo un’annata come la scorsa, con bassissime rese. Un’annata che ha costretti i produttori seri ad alzare i costi e a disattendere molte richieste, per mancanza di prodotto. D’altronde, quando si ha a che fare con le leggi variabili della natura…

Ma è il meccanismo stesso del sistema di classificazione che lascia adito a possibili ombre. Ce lo spiega Giorgio Lazzaretti, direttore del Consorzio di Tutela dell’Olio Dop Riviera Ligure.
Per un olio extravergine, fino alle analisi sensoriali, esistono solo autocertificazioni: la filiera non è controllata. Per gli oli extravergine dop, invece, esiste la tracciabilità di ogni passaggio, dall’oliveto al punto produttivo. Non solo. Un olio extravergine per fregiarsi della dop deve rispondere punto per punto al disciplinare del consorzio di tutela in cui ricade. E sottostare a due tipologie di controllo: quelli svolti da enti di certificazione terzi, pubblici o privati, e i controlli effettuati dal consorzio stesso, prima e dopo la sua commercializzazione. Al consorzio di tutela spetta poi l’approvazione dell’etichetta e il rilascio dei collarini di garanzia. È un percorso tracciato al 100%”.

Curiosamente, la vicenda è stata sollevata da una rivista di consumatori (Altroconsumo). Facendo analizzare dal laboratorio chimico di Roma dell’Agenzia delle Dogane 20 bottiglie vendute come olio extravergine, ha ottenenuto per 9 di esse il declassamento a semplici oli di oliva vergine. È un elemento, questo, che getta ombre inquietanti sull’unico passaggio certificato che determina la messa in commercio di un olio con la denominazione extravergine: ossia l’analisi sensoriale, a cui gli oli devono (o dovrebbero) essere sottoposti.

Ma quale deve essere il costo minimo di un litro di olio extravergine? Sul sito del Consorzio Olio Riviera Ligure, c’è un’interessante rubrica – L’Oliveto – che racconta passo passo la coltivazione di 137 alberi di cultivar taggiasca a Lucinasco.
Il costo totale, dal periodo di coltivazione alla raccolta (787 kg di olive, che hanno prodotto 154 chilogrammi di olio, ovvero 170 litri), fino alla frangitura e imbottigliamento, è di 2957 euro, ossia 17 euro al litro.
Un costo che in parte vira all’eccesso (al dettaglio salirebbe ancora), poiché tutti i passaggi lavorativi sono stati effettuati pagando persone terze, e perché i numeri della coltivazione sono decisamente ridotti.
Ma è del tutto evidente che un olio extravergine venduto a prezzi inferiori rispetto ad un olio per motori automobilistici sia, per dirla alla garbata maniera del ragionier Fantozzi, una cagata pazzesca.

Sotto i 10 euro è praticamente impossibile – chiosa Giorgio Lazzaretti –. E per un territorio come quello ligure, dove tutto il processo è manuale, è difficile scendere sotto i 13-14 euro al litro”.

Ci sono infine da rimarcare alcuni elementi presenti (o meno) in etichetta. Non tutti i consumatori sono a conoscenza che un olio extravergine in etichetta, se non è Dop, non può fare riferimento a specifiche menzioni geografiche, ma soltanto indicare se è un prodotto italiano (autocertificandolo) o se è una miscela di oli comunitari. Soltanto le Dop, infatti, possono fare riferimento al territorio di competenza.
Discorso diverso per le cultivar, che possono essere indicate in etichetta, ma sempre come autocertificazione, per gli oli non dop.

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.