Spread. Btp. Bund. Rating. Standard & Poor’s. Moody’s. Fitch. Eurobond. Wall Street. Default. E poi di nuovo spread. Btp. Bund. Rating. Standard & Poor’s. Moody’s. Fitch. Eurobond. Wall Street. Default. Le parole che scandiscono gli ultimi mesi hanno accento straniero, ma ci siamo abituati a pronunciarle. Tempi grami: la crisi si respira, si insinua nella quotidianità. La vedi scodinzolare nei tagli agli enti locali, e un treno salta, un asilo nido chiude, una multa in più sogghigna dal parabrezza. La vedi specchiarsi nel welfare che annaspa, e un insegnante di sostegno non è più al suo posto, una detrazione fiscale scompare, la sanità pubblica si sfilaccia.

La via d’uscita appare lontana, troppo, ben oltre l’ombra decadente del priapo platonico di Arcore. Passerà anche lui, ma rimarrà la stessa banda, a suonare la medesima musica, forse intonata un’ottava sotto.Viviamo con la consapevolezza che questa domenica delle salme va al di là delle possibilità italiane, che siamo un ingranaggio marginale di un mondo cambiato, che probabilmente l’ultimo treno per invertire la rotta è passato, silenzioso e di notte, qualche anno fa.

A cosa aggraparsi? A nulla. Forse.

La campagna ormai ha vestito tutti i colori autunnali, e si sta preparando all’inverno. Ogni pianta ammaina quel che è inessenziale, per diventare scheletro: radice, tronco, ramo. La terra nuda, arata di fresco, nei suoi grandi blocchi smossi a respirare, sta lì, come prima della crisi, come ai tempi del grande boom, e della guerra, e della pace, come al tempo delle streghe e del Rinascimento italiano. Fisso la terra prepotentemente arcigna. Un grappolo d’uva scordato tra le vigne. Le dirompenti nervature di una foglia. I colori infiniti che superano la tavolozza immaginaria del signor Pantone. Osservo i miei piedi appoggiati sulla terra, e mi sento un pò più saldo, forse anche più essenziale. E’ più solida la terra, è più fragile il cemento armato. Guardo mia figlia seduta sull’erba. Ha le dita sporche, e una foglia di vite a far da tenda alla luccicanza dei suoi occhi. E mi sento di dirle parole che forse non capirà del tutto: “Aggràppati alla terra, Teresa”. Sorride. E io mi aggrappo al suo sorriso largo stagliato nel tramonto: è una sottile linea curva incisa a riflesso di una collina, nata dalla terra.

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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