Ci piacciono le cose che fanno bene al palato, ma non siamo mica del tutto autistici. Da ieri non c’è più Edoardo Sanguineti.

Nella storia della cultura del Novecento è stato un punto di riferimento: poeta, scrittore, giornalista, fondatore del Gruppo 63, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di gran merito della Repubblica, fondatore dell’Accadémie Européenne de poésie, già Faraone poetico dell’Istituto patafisico di Milano, etc etc.
Per molti genovesi, poi, è stato il Professore di Letteratura Italiana all’Università. Per chi ha avuto a che fare con l’ambiente culturale della città, e non solo, una persona sempre disponibile a dare una risposta da gigante quando alzavi la cornetta per chiedergli qualsiasi cosa. Quando nel 2007 si è candidato alle primarie dell’Unione per l’elezione del Sindaco di Genova, qualcuno gli chiese: ma non ha paura di essere strumentalizzato dalla politica? Lui rispose: «sono contento di servire ancora a qualcosa».

Se n’è andato di schianto, dopo essere stato ricoverato all’ospedale per un malore (hanno pure aperto un’inchiesta, ma questa è un’altra faccenda). Mancavano pochi mesi al suo ottantesimo compleanno, appena due giorni ad una conferenza che avrebbe dovuto tenere proprio a Genova, dove viveva da lungo tempo. Al Festival del comico doveva parlare di Commedia e letteratura. Ironia del destino, le locandine sono già stampate, lui non ci sarà, e c’è poco da ridere.

Altri parleranno con più competenza della sua poesia. A noi piace ricordarlo per i suoi immensi scritti, sicuramente, ma anche per la sincerità con cui ha vissuto. Sincerità che partiva dall’essere un comunista ortodosso senza paura di dirlo, e proseguiva col fare lezione ai suoi studenti senza denti. Sì, Sanguineti non aveva i denti e non si metteva dentiere. Il che gli procurava un’immagine d’altri tempi, con la parlata un po’ biascicata, il mento che arrampicava verso il grande naso adunco. Tutta la sua faccia, i lineamenti, persino lo sguardo – come hanno detto altri – appartenevano a una simbologia poetica.

Edoardo Sanguineti sapeva vivere. Lo conferma lui stesso, nella chiusa di Corollario (da Il Gatto Lupesco, Feltrinelli, 2002): me la sono goduta, io, la mia vita. Amante di convivi e feste mondane, nei quali teneva banco fino a ore piccolissime, con l’immancabile sostegno della moglie Luciana.

In una ormai vecchia intervista gli avevo chiesto come si giustifica un vetero come lui di fronte a qualche vizio apparentemente borghese, magari un bicchiere di buon vino in un salotto: «lo scandalo non è tanto che molti non possano permettersi i piaceri della vita, ma che non li conoscano nemmeno», dice Sanguineti citando Benjamin, «mentre si tratta di bisogni necessari, tutti dovrebbero goderne». Poveretto, pensai di me stesso.