I fotografi di fine Ottocento dovevano seguire un diktat ben preciso nel comporre le pose artefatte dei ritratti di famiglia. Era l’Italia degli emigranti oltre oceano, e i Pedemonte, i Pittaluga, gli Ottonello, spedivano le foto ai cari sbarcati nel nuovo continente per testimoniare la salute della propria famiglia, esibire i nuovi arrivati, mostrare le mancanze.

L’inesperienza col nuovo medium – la fotografia – troppo recente per essere compreso a fondo, imponeva al fotografo di mostrare chiaramente di ogni personaggio braccia e gambe, piedi e mani, perché l’assenza in fotografia dell’arto veniva percepita come menomazione fisica. La fotografia era la trasposizione pedissequa della realtà.

Questo episodio mi è tornato in mente di fronte al polverone scatenato dalla foto dell’ormai celeberrima pizza di Cracco. Non voglio entrare nel merito delle polemiche correlate: dal prezzo ritenuto troppo elevato (16 euro) al tradimento della tradizione. Ognuno ha la sua opinione, anche se ritengo l’idea di andare da Cracco per gustarsi una Margherita economica e tradizionale una forma di perversione piuttosto bizzarra.

Mi concentro solo sulla foto incriminata, che ha spopolato nelle colonne destre dei giornali online e sulle bacheche di facebook. Una foto che quasi certamente è stata scattata dal cellulare, sbrigativamente. Sovraesposta, saturata, eppure opaca, come se l’obiettivo fosse sporco o appannato. Una foto che certamente restituisce l’immagine di un piatto poco allettante.

È trascorso quasi un secolo e mezzo dalle foto degli emigrati con i piedi e le mani al loro posto. Nel frattempo abbiamo visto e interpretato milioni di immagini, eppure quell’analfabetismo visivo allora comprensibile continua ad accompagnarci. E ci spinge oggi a valutare la bontà di una pizza da una foto, imponendoci un esercizio di stile praticamente impossibile.

Fautori del postulato marchesiano “il bello puro è il vero buono” ma immemori del fatto che tra noi e il piatto ci sono diversi gradi di separazione: uno schermo dai colori più o meno calibrati, uno strumento fotografico più o meno potente, una mano dietro lo strumento più o meno capace, una situazione reale più o meno favorevole allo scatto di una fotografia. Come se non sapessimo, dopo aver scattato personalmente centinaia di foto orrende a piatti non così malvagi, quanto una foto possa rendere ingiustizia di un soggetto.

Di fronte alla pizza di Cracco siamo come gli emigranti dell’Ottocento. Ci concentriamo sul visibile – deformato da uno scatto tecnicamente mal riuscito – e non riusciamo a distinguere le poche evidenze di quella foto, che raccontano soltanto di un impasto di farine grezze guarnito da mozzarella tagliata spessa e aggiunta a crudo. Giudichiamo senza appelli, ignorando l’impossibilità del giudizio. Fino alla prossima foto, che magari sembrerà raccontare un altro piatto, un’altra esecuzione.

Dove sta la verità? Soltanto nelle papille, nella pancia e nella testa di chi quel piatto lo ha mangiato per davvero.

Sotto, la pizza di Cracco nella foto tratta dal profilo facebook di Sara Porro.

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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