La notizia del lancio di una nuova bevanda giapponese, la Jats Takkola, una sorta di Cola al gusto d’aglio, è solo l’ultima trovata per una pianta che divide il mondo in due. Come i guelfi e i ghibellini, c’è chi è pro e chi è contro. Le ragioni principali sono la poca digeribilità per alcuni, ma soprattutto la fiatella che produce in chi lo mangia.

La tradizione dei modi di dire e dei proverbi sostiene la nomea non proprio cristallina: Pestâ comme l’aggio, in genovese significa pestare duro, Feo (o Cattio, cattivo) comme l’aggio va da sé, fino a Far mangiare (o mangiare) l’aglio, che sta per “far ingoiare un rospo”, e così via.

In alcuni paesi viene addirittura sfregato sulla lingua dei battesimandi come augurio per affrontare con coraggio le difficoltà della vita (grazie Placidasignora). La metafora è chiara no?

Ma come tanti aspetti della nostra vita, è il rapporto amore-odio che comanda: l’aglio è presente in gran parte della nostra cucina, ed ha diverse proprietà benefiche (antibatterico, antiossidante, contro il colesterolo per dirne alcune). Secondo la tradizione l’aglio difende dai vampiri e dai malocchi (manco loro lo amano), ma anche dai vermi. Su quest’ultima proprietà ho informazioni di primissimo pelo, giuro. 🙂

A dispetto dei problemi di fiato, pare sia pure afrodisiaco. E poi alcune ricette, senza aglio, diciamolo: sono francamente impossibili. Pesto genovese e bagna cauda, per fermarsi ai capisaldi.

Se vuoi convertire anche la persona più ostile all’aglio, ci sono due metodi per lenire gli aspetti rudi del suo carattere e mantenere, se non tutto almeno in parte, il suo sapore, le sue virtù.

Il primo consiste nel togliere l’animella centrale, quella verdina, che si stacca facilmente una volta tagliato in due lo spicchio.

Il secondo è una procedura un po’ più lunga: consiste nel mettere l’aglio che ci serve in acqua fredda e portare a ebollizione, per tre volte consecutive. Alla fine dovremmo ottenere l’aglio cosiddetto sbianchito, sicuramente più provato ma, diciamo, più light.

Comunque c’è una tattica che funziona sempre, almeno per i piatti in cui l’aglio non è preponderante: non dire che lo si è usato. 🙂

VIAFlickr
CONDIVIDI
Lavora sul web sotto diverse spoglie da svariati anni. Mezzo piemontese e mezzo lucano, è nato a Genova. Nella sua stirpe si trovano contadini e zii d’America, osti e viaggiatori. Sarà per questo che è uscito fuori così.

2 Commenti

  1. Cosa mi sapete dire di quegli spicchi d’aglio marinati che si mangiano ora con gli aperitivi, dolci come cipolline saclà?

  2. Me lo sono chiesto anche io. Pare si tratti di un upgrade dell’aglio sbianchito, sbollentato marinato in aceto, vino e spezie varie. Indagherò 🙂

Comments are closed.