Ci sono storie legate alla solidarietà che fanno fatica a farsi notare nel flusso quotidiano di notizie, tra sbarchi di migranti, i morti nel Mediterraneo o nel deserto, durante la lunga marcia di avvicinamento alle coste libiche di coloro che decidono di rischiare la vita e quella della loro famiglia sperando in un futuro migliore, o semplicemente di scappare dalla guerra.

Alcune di queste storie però devono essere conosciute, perché restituiscono un po’ di speranza.

La prima si svolge in Italia in una piccola realtà: il centro Baobab di Roma. Ex vetreria industriale dismessa, è l’unico esempio in Europa gestito dagli stessi migranti, alcuni emigrati qui anche trenta anni fa, che si occupano della mensa, dell’accoglienza, dell’integrazione. Il centro è sostenuto dai residenti del quartiere che contribuiscono secondo le loro possibilità al funzionamento della struttura: chi porta abiti, chi piatti, chi generi alimentari, chi si ferma una giornata e si mette a disposizione facendo il volontario.

Una notizia che era stata spesso ripresa è quella di Fethullah Üzümcüoğlu e Esra Polat, sposi giovanissimi, che dopo la loro cerimonia di nozze avvenuta a Kilis nel sud della Turchia, al confine con la Siria, hanno deciso di usare i soldi della loro lista di nozze per offrire un pasto a quattromila rifugiati siriani.

In modo diverso, ma ugualmente significativo, il gruppo Food not bombs di Budapest (purtroppo il loro blog non è scritto in inglese, ma se scorri la pagina trovi alcune immagini che rendicontano la loro attività) cerca di essere solidale con i migranti attraverso il cibo. I fondatori sono un gruppo di amici che da anni cucinano e distribuiscono acqua e pasti a chi non ha di che nutrirsi. Una minoranza che ha deciso di prendere posizione davanti alla deriva xenofoba del governo ungherese che sembrerebbe essere inarrestabile nonostante una campagna di sensibilizzazione proprio sull’argomento, che cercava di dimostrare come la travagliata storia di un rifugiato può avere un epilogo felice se un Paese gli concede asilo. I membri di Food not bombs usano i social network per reperire il cibo da cucinare che spesso proviene dai supermercati della città e si coordinano con altri gruppi per la distribuzione dei pasti che spesso vengono cucinati in uno dei ruin pub della città, cioé locali realizzati in edifici – appunto – in rovina ormai diventati un’attrazione turistica.

Queste storie mostrano persone e iniziative che attribuiscono alla vita di quegli esseri umani in fuga lo stesso valore assegnato alla vita dei membri della loro comunità. La solidarietà dal basso sta emergendo ovunque e insegna esiste un’altra Europa, più avanzata di quella dei governi.

IMAGE CREDITSUNHCR / Andras D. Hajdù
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Lady Papilla, il tocco femminile che mancava a quei tre. Donna dai mille interessi e perennemente in movimento, scrive ricette e dispensa consigli per sopravvivere ai sentimenti e agli ormoni

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