Il ristorante più bello del mondo, nientemeno

A Soganli, in Cappadocia. E non è esattamente quello che vi aspettereste. Ma la ragione stessa del viaggio non è forse viaggiare?

A volte, per motivi sconosciuti, alcuni luoghi rimangono isolati, un po’ un disparte. Pur essendo bellissimi. A chi vi capita mostrano un’avvenenza discreta e fascinosa, magari un po’ di maniera certe volte, ma innegabilmente affascinante.
Piccola, forse trita premessa. Ma necessaria.

Viaggiando qua e là per una piccola porzione di mondo ho imparato che i ristoranti migliori sono quelli dove si vede seduta la gente del posto. Meglio diffidare di un dehors stracolmo di  scandinavi ustionati se si passa per il Dodecaneso, come meglio evitare il ristorante  dove una massa di latini ordina birra scadente dalle parti di Bergen.

Cosa c’è di meglio di un luogo dove capita solo – e sottolineo solo – gente del posto? Ho trovato il ristorante più incredibile della mia vita viaggiando in Turchia. Abbandonate l’idea della cosmopolita, affascinate e ricca di contrasti Istanbul, dimenticate le spiagge di Bodrum, e dirigetevi verso la Cappadocia.
Non fraintendetemi: il turismo di massa è arrivato anche lì, nel bel mezzo dell’altopiano anatolico. Orde di turisti, ma anche di viaggiatori, ogni anno assediano Goreme e i camini delle fate, le città sotterranee e le chiese rupestri di Uchisar. Ma, fuori dai quattro/cinque luoghi simbolo, questa terra è ancora totalmente sospesa tra il rurale e il desertico.

Ho incontrato il ristorante più bello del mondo appena fuori Soganli, a circa 50 chilometri da Goreme, adagiato in una brulla valle laterale.
La Cappadocia è colma di grotte, monumenti, chiese e case scavate nella roccia. Sono un po’ dappertutto, e Soganli è periferica, piccola, lontana. Superate lo sparuto villaggio, un centinaio scarso di anime bruciate dal sole, e perdetevi nella valle. Non incontrerete nessuno, o quasi, e potrete vedere decine di chiese ricavate in grotte e cunicoli naturali, affrescate, fortezze che sembrano nidi di api, cellette arroccate sulle rocce, grotte trasformate in case ancora abitate da famiglie che non parlano un parola di inglese, ma ti offrono albicocche secche e pomodori.
Dicevamo, il ristorante. Innanzitutto: niente insegne, niente nome. Il bagno: un lavandino contro un muro, all’esterno della cucina. Per il water, basta svoltare dietro l’angolo. Niente menù: il cameriere, un uomo di mezza età dal viso sorridente e un po’ corsaro, fa accomodare gli unici clienti e comincia a fare avanti e indietro dalla cucina.
Si può scegliere cosa bere. Io, indeciso tra cay e ayran, opto per entrambi: il primo, tè nero turco, amarissimo e dissetante, è la bevanda nazionale, ogni turco ne consuma litri e litri, bevuto rigorosamente in bicchieri di vetro a tulipano; il secondo è il frutto della mescolanza di acqua fresca, yogurt e sale. Detto così potrebbe fare ribrezzo, invece è delizioso, dissetante e reintegra alla perfezione i sali minerali: l’ideale dopo una camminata sotto il sole.

Il pranzo: formaggio di capra fresco, freschissimo, fatto in casa, accompagnato con il miele. Arriva sul tavolo direttamente il barattolo, quello della colazione, quello aperto da ieri, con un cucchiaino annegato dentro e i segni delle dita sul vetro.
Sul pane in Turchia andrebbe aperto un capitolo a parte: mi limito a dire che quello – caldo, croccante, cotto nel forno a legna, tirato fuori da non più di dieci minuti –  era sottile come il nostro carasau, forse di più, e si squagliava in bocca, più scioglievole del formaggio. Attorno a tutto questo, pomodori più maturi di quanto pensavo fosse possibile, quasi passiti, e gli immancabili cetrioli, che in Turchia accompagnano colazioni, pranzi e cene (e che io preferisco annegati nel gin!).

Niente di eccezionale direte. Forse è vero.
Forse era solo il deserto attorno, la valle brulla costellata di grotte e chiese abbandonate. Forse era il gusto di essere in un posto molto, molto lontano da casa, sotto un tetto di alberi frondosi, con un cameriere con cui si comunicava solo a gesti. Forse.

CONDIVIDI
Calcio, basket e cucina, le mie grandi passioni. Mi piacerebbe anche riuscire dignitosamente in almeno una di queste attività, ma sarà per la prossima volta. Nato a Sestri Levante, redattore siti web e telecronista. Difficile farmi stare zitto!