Serata infrasettimanale di metà agosto. Sono a cena in uno dei due ristoranti genovesi su cui risplende la stella Michelin. Senza far nomi, quello di Levante.
Siamo in due, e siamo i soli clienti del locale. Come accade in queste circostanze, l’umore rimbalza tra l’inevitabile imbarazzo della solitudine e l’idea che la situazione comporti la totale attenzione al nostro tavolo.
Ordiniamo una bottiglia di vino, il sempre buono vermentino Costa Marina di Ottaviano Lambruschi, in carta a 23 euro. A metà della cena, il cameriere si accorge che un moscerino ha deciso di suicidarsi nel bicchiere del vino. Lo prende, e lo svuota (era mezzo pieno).
Agli ultimi bocconi del secondo, la bottiglia finisce. Il cameriere, solerte, ci chiede se vogliamo un’altra bottiglia. No, rispondo io, abbiamo quasi terminato. Il cameriere, allora, ci propone un solo bicchiere, sempre di Costa Marina. Lo accetto volentieri. Fino a quando non me lo ritrovo nell’addizione finale, conteggiato 7 euro.
Forse, considerando la disavventura del moscerino ubriacone, avrebbero potuto offrircelo, quel bicchiere. Anche perché la nostra non è stata proprio una toccata e fuga, e il conto si è innalzato a 172 euro (per un menu degustazione e quattro piatti).
E così, rifagocitati dalla brezza calda di una bella serata d’estate, più che interrogarci sulla bontà della cena (per inciso, buona ma non eccezionale) ci siamo scervellati su un dubbio filosofico ed esistenziale: quel bicchiere di traverso è un eccesso di parsimonia tipicamente genovese o un bug del Galateo in cui cadono i ristoranti di tutto il Belpaese?



