All’estero sono un fenomeno in crescita. Si scovano su internet. Si ricevono mail “carbonare”. Ci si ritrova, con perfetti sconosciuti, nella sala da pranzo di una casa privata. Si chiamano ristoranti clandestini. Il primo è stato aperto qualche anno fa a San Francisco, da Jeremy Townshend, col nome di Ghetto Gourmet. L’idea è affascinante: prenoti via mail, dopo aver scoperto il giro tramite passaparola, e spesso solo all’ultimo sai dove si svolgerà la cena. Poi, è solo questione di convivialità, di incontri e assaggi. Dagli Stati Uniti si sono diffusi nelle principali capitali del mondo.

Qualche tempo fa, un articolo su Corriere.it ha analizzato la realtà parigina, che annovera diversi casi di “hidden eatary”, nascosti nel salotto di casa, in una vecchia soffitta o nel terrazzino vista metropoli. A gestirli, scrittori e chef di fama. Tra i più famosi, senz’altro The Idden Kitchen: 16 persone, per 6 sere al mese, si ritrovano in casa di Laura Adrian e Braden Perkins, per assaggiare dieci portate al costo di 70 euro. Oppure, Aux Chiens Lunatique di David Tanis e Randal Breski, chef e maitre di Chez Panisse, ristorante di Berkeley: nei fine settimana ecco apparecchiato un tavolo di 12 posti, dove sedersi a 75 euro. E ancora, The Lunch in the Loft, gestito da Miss Lunch: ogni mercoledì, sabato e domenica, alle 13, 8 persone assaggiano i piatti della padrona di casa, metà egiziana, metà francese, con una grande passione per Pantelleria. Il costo? Si parte dai 45 euro. Insomma, il fenomeno è cool. E certo va incontro a una delle più grandi esigenze di questo millenio agli albori: il desiderio di convivialità, di incontri più autentici nell’estraneità incolmabile delle grandi città.

E in Italia?
Il fenomeno è quasi sconosciuto. Ma i ristoranti clandestini, fiscalmente illegali, incuranti delle norme e dei controlli sanitari, esistono, nascosti nei tinelli di private e gelose case. Un caso limite lo ha raccontato lo scorso anno Camillo Langone, direttamente dalle pagine del Foglio. Ha descritto una cena estrema, assolutamente clandestina, che ha portato in tavola un sublime Culatello, ma anche istrice in salmì e marmotta alla cacciatora, per un conto finale, a testa, di 300 euro. Certo, a cercare su Internet, di questo fenomeno non si trova nulla. Serve il passaparola. “La vicina della vicina organizza, a pagamento, cene luculliane con i prodotti del suo orto…” e il gioco ha il via.

Sul web l’unica realtà italiana tracciata è quella dei The Fooders, una giovane coppia di cuochi romani, Marco Baccanelli e Francesca Barreca, nata nel 2006. Per loro la cucina è anche uno spettacolo, nel quale l’assaggio è solo il passaggio finale, la conclusione di un percorso che dà la stessa importanza al suono, all’immagine e al gusto del cibo. Curano, insomma, gli “aspetti collaterali” del food, collegandoli alla musica, all’arte e alla grafica.

“Per inquadrare il fenomeno occorre fare un po’ di chiarezza- esordisce Francesca Barreca-. Esistono i ristoranti clandestini e le cene clandestine, e sono due situazioni diverse. Il ristorante clandestino è un luogo illegale, aperto qualsiasi giorno dell’anno, senza controlli fiscali e igienici. Le cene clandestine, invece, sono dei veri e propri eventi, a cadenza variabile, che non prevedono solo cibo, ma spesso anche arte e musica. Inoltre, la cena clandestina non è un evento a scopo di lucro. Legalmente siamo coperti, essendo un’associazione culturale. E il cibo viene preparato in una cucina che rispetta le norme Haccp Noi, in due anni, abbiamo proposto una decina di cene clandestine. Le persone si prenotano via mail e solo a chi si è prenotato indichiamo il luogo dell’evento. Le nostre cene hanno un costo medio attorno ai 40 euro”.
Cosa cerca chi partecipa a un vostro evento?
“Sono eventi particolari, che ti mettono in una condizione di convivialità e confidenza con persone sconosciute impossibile da immaginare in un ristorante. Seduti allo stesso tavolo, in una casa, si creano delle situazioni empatiche molto carine: succede che persone si conoscano a una cena e poi si diano appuntamento per partecipare assieme alla cena successiva. Tanti poi vengono per la nostra cucina, per vederci all’opera in un contesto molto informale”.

E arriva il brunch di condomino
Che l’esigenza di rapporti personali più stretti, nelle città, sia sempre più stringente, lo testimonia anche un altro fenomeno nuovo, registrato a Milano: il brunch di condominio. “Per cominciare a parlarsi”, spiega Bruna, una delle ideatrici di questa iniziativa che ha coinvolto gli abitanti di un condominio di piazza Vesuvio. Con gli amici ha creato un’associazione, chiamata “Fil”, ovvero felicità interna lorda. Anche in questo caso, l’idea viene dall’estero, precisamente dalla Francia, dove si organizzano pranzi collettivi nei cortili dei caseggiati. Nel caso milanese, il brunch, anche considerati i rischi meteorologici dell’autunno, si è svolto in un ristorante che ha messo a disposizione il locale. I negozianti del quartiere hanno portato cibo e bevande. E la signora Rossi del numero 4 ha finalmente scambiato due parole con il Brambilla che abita due piani sopra.

(articolo pubblicato sul periodico Papillon – n. 60)

CONDIVIDI
Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

2 Commenti

Comments are closed.