Giacché al mondo siamo tutti paesani.
È con questa riflessione che Mario Rigoni Stern chiude un suo breve racconto, nel quale descrive un incontro fugace, ambientato nel freddissimo inverno polacco del 1942, durante il viaggio in treno che l’autore de “Il sergente nella neve” fece verso la guerra dell’Est.
Giacché al mondo siamo tutti paesani, anche se a volte ce lo scordiamo.

“Quando ho visto per la prima volta i dintorni di Srebrenica, ho rivisto casa mia. Simile il paesaggio, l’altitudine, la pendenza dei suoli. Ho ritrovato il mio Altopiano di Asiago: non quello odierno, ma quello che doveva essere dopo la prima guerra mondiale”.
Quando Gianni Rigoni Stern parla di Srebrenica, il suo sguardo va molto lontano, il racconto si fa lento, le parole pesanti. La bestialità della guerra non ha bisogno di enfasi.
Gianni è figlio del sergente Mario, è stato guardia forestale, conosce a menadito tutte le malghe e le piante dell’Altopiano.

La prima volta che lo vedi, l’altopiano, ti affabula con i suoi pascoli in svariati toni di verde, i boschi di abeti tutto attorno e i sette comuni da cartolina. Basta fermarsi a discorrere con qualcuno del luogo (probabilmente un Rigoni, visto che ad Asiago ce ne sono 2000 su meno di 7000 abitanti) per afferrare quanto la Grande Guerra, qui, non sia soltanto un ricordo, ma un presente fatto di strade carraie costruite allora per motivi bellici, reperti disseminati nei pascoli, fortificazioni, incrostazioni indelebili nell’anima.

Nell’agosto del 2009, invitato da Roberta Biagiarelli, attrice, autrice e documentarista, conosciuta a casa del papà, Gianni si è recato per la prima volta a Sucéska, nei dintorni di Srebrenica. Qui ha trovato una situazione dolorosa, figlia della guerra: famiglie falcidiate dalla morte, una generazione caduta in battaglia, scheletri di case senza memoria né abitanti. E decine di ettari addomesticati dall’uomo a pascolo andati in malora, devastati dalla felce aquilina, pianta velenosa per i bovini e dannosa per le foraggere.

Non c’è voluto molto per coinvolgere Gianni, che, da quella prima visita, ha iniziato a recarsi a Sucéska regolarmente, una volta al mese.
Ha iniziato studiando il paesaggio, poi è andato in cerca di informazioni utili per conoscere il quadro agricolo della zona. Per fare questo, è entrato nelle stalle, nei fienili, nei pascoli. Ha bussato alle case dei contadini, bevuto con loro il caffè lungo alla turca; ha ascoltato i racconti della guerra e dato un nome ai troppi visi perduti e sorridenti delle foto alle pareti.

Guadagnata la fiducia, ha messo in campo la sua esperienza tenendo lezioni agli agricoltori della zona: una cinquantina – uomini, donne, giovani, anziani – che per partecipare a volte percorrevano a piedi anche un’ora di strada. A ogni partecipante era stata promessa una vacca da latte in dono.

E così è stato. Il 1° dicembre del 2010, in una giornata nevosa, Gianni è andato in Val Rendena a prendere dagli allevatori locali 48 tra manze e manzette di razza Rendena, di età compresa tra i 12 e i 24 mesi, alcune già gravide, altre da ingravidare. Dopo il periodo di quarantena sul confine croato-bosniaco, i capi sono stati consegnati alle famiglie di Suceska tra il 22 e il 23 dicembre. Il Natale successivo sono arrivate altre 32 manze, e lo scorso gennaio ulteriori 28.
Questo grazie al contributo della provincia di Trento e al volontariato di Gianni Rigoni Stern e Roberta Biagiarelli, che ha girato su questa avventura – non ancora terminata, la volontà è di costruire un caseificio nella zona – anche un intenso documentario, La transumanza della pace.

Giacché al mondo siamo tutti paesani. In queste parole – probabilmente –  è racchiuso il senso e il successo di questo progetto: non calato dall’alto, destrutturato da scale gerarchiche evidenti, ma portato avanti da uomo a uomo, da paesano a paesano. E importa nulla che i paesi di origine siano distanti quasi mille chilometri.

Intanto, sdraiati nella paglia uno fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazze. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: “Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché?”
Giacché al mondo siamo tutti paesani.
(Incontro in Polonia – Il bosco degli urogalli – 1962)

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Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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