Erbe aromatiche a Villa Pallavicini!

da | Apr 20, 2011

Conoscete Villa Pallavicini, a Genova Pegli? Chi ci legge da Genova, spero vivamente che risponda  di sì. Ma Villa Pallavicini è un parco talmente bello e importante che dovrebbe essere conosciuto da tutti. Come l’Acquario, il Porto Antico e Palazzo Ducale, dovrebbe essere uno dei principali biglietti da visita della nostra città. Tanto più che il cuore della città è a un tiro di schioppo, grazie al collegamento con la Navebus, il trasporto pubblico navale che è anche un modo per vedere Genova e il suo porto dal mare (e con soli 1,50 di biglietto). Dovrebbe, dico. Perché in realtà un grande buco nero di disinformazione oscura questo parco. Villa Pallavicini è probabilmente il più importante spazio verde di Genova, di certo il più scenografico, ideato da Michele Canzio, tra il 1840 e il 1846 come un percorso scenico ben definito, come un’opera teatrale in tre atti.

Sarà perché ci sono affezionato, ma non ricordo in Italia un giardino così concepito, così suggestivo. Ci sono stato l’ultima volta una decina di giorni fa. E ho riscontrato con grande disappunto (disappunto? incazzatura!) che le condizioni generali della villa non sono, ehm, eccezionali. Una ampia parte, infatti, è chiusa al pubblico, perché non si riesce a far manutenzione. I pannelli esplicativi stanno andando in rovina e non è difficile scorgere qua e là, dietro una camelia in fiore, una sughera o il chiosco turco del nastro bianco e rosso che delimita i passaggi o qualche triste transenna da lavori in corso.

Ma non voglio parlare qui del parco, e della cura in più che meriterebbe (da rimarcare, però, nella settimana che porta all’inaugurazione di Euroflora). Bensì dell’orto botanico, che, assieme al Museo Archeologico, è ospitato all’interno della villa. Non è uno spazio imponente, ma è comunque ampio e a stretto contatto con la città (i palazzi lo lambiscono, la stazione ferroviaria è a 200 metri). Quando sono stato in villa (come direbbe Gilberto Govi) purtroppo non l’ho potuto visitare, perché chiuso. Già, gli orari non sono molto elastici: è aperto solo dal martedì al venerdì, e solo dalle 9 alle 13 (dlin dlon, ultimo ingresso per i ritardari alle ore 12, biglietto d’ingresso compreso nella visita della Villa, 3,50 euro). Dall’alto, però, ho potuto notare una serie di serre vuote e tristi.

In questi giorni, ho riflettuto su come rendere più vivo, e fruibile, l’orto botanico. E ho pensato che sarebbe bello utilizzarne una parte per creare un grande erbario da cucina, un parco di erbe aromatiche. Le aromatiche sono l’essenza della cucina ligure, sono facili da coltivare – e sono belle, ma sono così difficili da reperire in città, soprattutto fresche. Sarebbe assai utile, civile e popolare creare un parco dove le aromatiche (una ventina di qualità) vengano coltivate e dove si possano acquistare fresche, in modiche quantità. Bisognerebbe riscontrare il favore dei proprietari dell’orto botanico (credo il Comune), trovare un gruppo di volontari disposto a seguirlo, l’aiuto di un agronomo, magari un piccolo finanziamento, e il gioco è fatto. Oppure coinvolgere una cooperativa o associazione che lavora con bambini e ragazzi, per realizzare laboratori all’aperto, e lasciare parte della gestione del progetto a loro.
Papille Clandestine lancia questa proposta, e siamo disposti a muoverci, per quello che possiamo, per portarla avanti. Intanto, manderemo questo post al sindaco di Genova e al presidente del Municipio. Rimarrà solo una provocazione?

Un’ultima annotazione. Uno dei temi fondanti della villa progettata da Michele Canzio è costituito dalla dialettica tra ambiente naturale e città, tra uomo e natura. Sviluppare un progetto di utilizzo civile dell’orto botanico significherebbe alimentare questo aspetto. Ma anche utilizzare con successo uno spazio pubblico e (ri)accendere i riflettori su un parco che sta perdendo il suo rapporto con l’uomo e la città per tornare natura selvaggia: e non leggete in queste due ultime parole tanta poesia, ma solo sterpi e rovi.

[Crediti fotografici: © klausthebest]

Autore

Alessandro Ricci

Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

Leggi gli articoli correlati

Articoli correlati

Cari chef, cedete al lato oscuro di Instagram

Cari chef, cedete al lato oscuro di Instagram

Non ci voleva l'ennesima statistica per confermarlo, ma c'è: spendiamo cinque interi giorni all'anno a guardare foto di cibo su Instagram, e il 30% di noi si basa sull'appetibilità dei piatti postati per scegliere se andare o meno in quel ristorante. Non ci voleva...