L’hamburger ci divorerà. Ovvero, la certificazione che blog e giornalismo enogastronomico contano zero

da | Lug 28, 2014

Titolone e foto in prima pagina – oggi – sul Fatto Quotidiano. Al netto delle semplificazioni e dei toni sensazionalistici, è una verità: se bisogna risparmiare, lo si fa sul cibo, e un hamburger da McDonald’s costa meno di una bistecca d’allevamento ultraintensivo.

Due dati: nel 1950 si spendevano per consumi alimentari il 49,7% delle proprie risorse economiche. Oggi, il 19% (fonte Istat). E il tempo impiegato per cucinare non è mai stato così scarso (per un pranzo, in media, 35 minuti). Già, tutto questo, nell’epoca di Masterchef.

E allora. Dopo migliaia di trasmissioni televisive sul cibo. Dopo centinaia di live twitting dei blog più caldi del web sulle trasmissioni più calde dell’etere. Dopo centinaia di contest di cucina autoreferenziali. E dopo migliaia di post definitivi. Dopo la reiterata esaltazione dei dieci-ristoranti-dieci più cool d’Italia e venti produttori top. Dopo l’ennesima classifica dei “dieci motivi per” e de “le migliori dieci di”. Dopo l’ostentazione di un linguaggio da vati forbiti condito da bujo e pajura.

E poi, dopo mille migliaia di fiori eduli nel piatto; duecento show cooking, mille rassegne alle spalle. Dopo infinite foto food-porn. Dopo centinaia di interviste a Davide Scabin e Massimo Bottura. Dopo milioni di agghiaccianti post su facebook di abbracci e baci tra chef, produttori, giornalisti e blogger. Mille ritratti dopo di Carlo Cracco e Gualtiero Marchesi. Cento spiegazioni dopo della cucina molecolare e del primitivismo nordico.

 

Il Fatto Quotidiano

E ancora, dopo le tangenti per l’Expo del nutrire il pianeta, energia per la vita.  Dopo migliaia di articoli ed editoriali di Stefano Bonilli. Dopo quarantamila redazionali nemmeno buoni per una lettura veloce al cesso. Dopo milioni di flame sul vino naturale. Dopo 555 post di questo blog letto da dieci persone. Dopo tutto questo, cosa rimane nella cultura gastronomica di noi italiani?

Nulla. Niente di niente. Rimaniamo porci con una fame atavica da soddisfare al minor prezzo e più velocemente possibile.

Perché per l’educazione alimentare di una nazione, farebbe di più un’ora alla settimana di orto e cucina nelle scuole elementari che tutta l’opera omnia di Gino Veronelli.

Autore

Alessandro Ricci

Sotto i 40 (anni), sopra i 90 (kg), 3 figlie da scarrozzare. Si occupa di enogastronomia su carta e web. Genoano all’anagrafe, nel sangue scorrono 7/10 di Liguria, 2/10 di Piemonte e 1/10 di Toscana. Ha nella barbera il suo vino prediletto e come ultima bevuta della vita un Hemingway da Bolla.

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