Bere responsabile (ovvero cinque minuti d’attenzione)

da | Dic 14, 2010

Con questo post si tuffa in Papille Fabio Molinari, piemontese, giornalista (collabora con riviste di enogastronomia)  e sommelier in erba.

Nasi che si tuffano vogliosi dentro i bicchieri, calici roteanti con schizzi sempre in agguato: mai come in questi ultimi tempi – basta girare una qualunque delle tante vinerie, lounge bar, aperibar etc – è in agguato il sedicente professionista dell’assaggio, quello che professa l’aperitivo col Nero d’Avola o, se ancor più esperto, con l’Amarone (mi è capitato, non scherzo). Ora quello che è il vino, il fenomeno d’intorno, misto di marketing e seduzione, più o meno tutti possiamo immaginarlo, quello che però tento di fare in questo post dal pretenzioso titolo di “bere responsabile” è lanciare una piccola sfida: come vorreste raccontare un vino (e di conseguenza vi fosse raccontato).

Partendo dal presupposto che i principi della degustazione sono intoccabili, il mio intento è quello di dare più che un’analisi, un consiglio, presentare un vino all’uomo del supermercato (o dell’enoteca, per i più lungimiranti) quello che a cinque minuti alla chiusura del negozio deve ancora scegliere una bottiglia. Entriamo nello specifico: se dovete andare a casa, avete comprato una bistecca spessa due dita l’abbinamento è facile, però immaginatevi che questa bistecca l’avete comprata per una cena in famiglia con tanto di nonni (allora a casa mia si andrebbe sulla barbera) oppure per una cena con un gruppo di amici (chianti?) oppure, perché no, coinvolti in un tête-à-tête dove il vino potrebbe essere elemento di seduzione (e allora vai a cercare che sia non troppo alcolico, magari con profumi piacevoli e magari con una storia a cui accennare giusto per quei due minuti di gloria).

Ecco allora che l’uomo del supermercato vorrebbe sapere qualche informazione in più di una scheda di degustazione e, magari, anche qualcuna in meno (chi ha mai annusato un gelsomino a due ore dal tramonto?). Vorrebbe magari sapere chi l’ha fatto questo vino, qual è (o dovrebbe essere) l’aspetto, il profumo, il sapore, ipotizzare quando berlo, perché lo abbiamo consigliato, perché ci è piaciuto, cosa ci ricorda, quello che scatena (se scatena qualcosa), la suggestione prima e più semplice, quel nome che agì, di montaliana memoria. Per questo, pensando di raccontarvi qualche bottiglia, partiremmo dall’anagrafica, il nome e cognome del vino, i suoi genitori, la sua casa, per poi passare all’analisi più semplice (visiva, olfattiva e gustativa) per concludere con quello che ci ha lasciato, un retrogusto, ma anche un’immagine, una frase o una canzone, senza scordarci di dire quando e con chi andrebbe bevuto (con gli amici o in coppia, al tavolo di un ristorante o da soli, a casa, in una sera di novembre), senza pretese di assolutezza o scientificità. Con un paio di avvertenze: se è vero che assaggiare è un fatto personale,  è anche vero che proporre di bere è un modo per comunicare e non dei più scontati. Prosit!


Autore

Fabio Molinari

L’unica persona sera in questa gabbia di matti. È un po’ che non scrive su Papille, ma ci ha lasciato bellissimi pezzi su vini, posti in giro per l’Italia e cazzabubole

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